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Pinerolo Indialogo

Novembre 2012


Dialogo tra generazioni

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 Eventi 



Porporato 150 anni

"La mia vita scolastica al Porporato"

di Piero Andrea Martina, ex allievo del Liceo

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.11 - Novembre 2012

 
  Non so raccontare il Liceo Porporato, né l’esperienza di un’annata, né quella di una classe, forse nemmeno quella di un gruppo: faccio fatica a pensare alla mia. Ma poi i miei cinque anni ricordano quelli di altri, con cui quegli anni ho passato, il "me" si inserisce nella classe che ho frequentato, ed è un punto di vista per leggere la scuola che ho contribuito, come tutti gli altri studenti, a scrivere.

Banalmente la mia scuola inizia nel 2003, il mese è settembre, il preside è Elio Salvai, la sede è quella vecchia, la classe in "piccionaia", fatiscente e formativa. Il mito di un ginnasio ad accogliere lo studentello che viene dalle medie carico del suo orgoglio di sapere quello che per lui è tanto, senza sapere neppure la scala, non dico le misure, in cui è disegnato davvero il mondo. Un classico un po’ staccato dal mondo, dagli altri indirizzi, sicuramente, nella vecchia sede. I cambiamenti si susseguono sempre, nella vita di tutti. Le scienze che ho studiato insegnano però che non importa il cambiamento, che di per sé vale poco. Conta la coscienza di quel cambiamento, la misura in cui chi cambia se ne rende conto. Appropriandosi di quel cambiamento, diventando lui il motore, o un motore, per saper dirigere quel cambiamento un poco dove vuole. Capire le cose per cambiarle: è un bell’insegnamento, un po’ banale forse, ma di quella banalità che quando entra dentro, quando la capisci fino in fondo, l’apprezzi perché è tua, non perché ci sono arrivati altri.

Di queste banalità si potrebbe fare una collezione, ancor più banale. Frasi tipo: a scuola mi sono trovato bene; la scuola mi ha cambiato; la scuola mi ha accompagnato (così come io ho accompagnato la scuola, un po’ meno scontata); la scuola mi ha fatto conoscere cose e modalità che prima non sapevo; a scuola sono cresciuto. Poi andando nel melenso: a scuola ho amato – anche non la scuola. Preferisco però sempre: a scuola ho vissuto. Questa credo sia l’unica frase che chiunque potrebbe sottoscrivere, anche chi non ha deciso di amare la scuola, anche chi non ha trovato a scuola una fidanzata, o più di una, e i primi rifiuti, anche chi non vi ha trovato i primi amici, i primi maestri, il primo respiro della propria vita futura, che aiuta a dare il senso a quella presente. Anche chi non ha patito, o gioito, a scuola, comunque a scuola ha vissuto.

Al ritiro del diploma di maturità, sul lungo dossier che lo accompagna c’è una cifra che mi pare più importante del voto scritto in grande su pagina 1. È il numero quattromilanovecentodiciassette. 4917 sono le ore che per il Ministero della Pubblica Istruzione ho seguito lezioni a scuola. Non sono comprese nel computo quelle di Attività alternativa all’insegnamento della religione cattolica, quelle delle attività pomeridiane della scuola, i gruppi sportivi, gli intervalli prima dei pomeriggi, l’ultima ora buca del sabato; potrei aggiungere i compiti, che sono scuola in senso lato, il pullman e il tempo passato alla fermata ad aspettarlo, le gite, che sono scuola nel senso più pieno immaginabile, le ore dell’esame di maturità, che sono scuola nel senso più sudato. Se poi proprio si volesse essere un po’ oltranzisti, il tempo passato al telefono con compagni di classi, i film visti con loro, le attività fatte con loro, le birre prese, le cene fatte; il tempo passato a pensare a tutte queste cose; il tempo passato a corteggiare una ragazza conosciuta a scuola, e il tempo vissuto con lei. Il tempo passato a gioire o soffrire, di-con-per tutte queste cose, il tempo passato a ricordare tutte queste cose...

Da bravo studente ho imparato che ‘scuola’ viene da scholé, tempo libero, così come ‘studio’ viene da studium, impegno, passione. Son quelle etimologie inventate per tirarsi dietro commenti sapidi. Dal conto che ho fatto qui sopra, di tempo libero non ne resta molto, a uno che vada a scuola. Però poi non riesco a dividere tra tempo libero e tempo impegnato, se inserisco sotto la voce scuola tutto quello che ho elencato. Se tolgo il sonno (ma incubi e sogni di scuola, di gente conosciuta a scuola, di gente che vorrei conoscere, o non vorrei aver conosciuto, a scuola...) allora la voce scuola coincide con la voce vita.

Penso che questo mio sguardo possa essere dettato dal fatto che, ragazzotto di un paesello, la scuola era il mondo; saccentello tipo primo-della-classe, la scuola era tanto; indole statica, la scuola non poteva che essere tutto.

Poi mi ricordo che, appena passati dalla sede vecchia a quella nuova, qualche giorno dopo l’apertura dell’edificio e l’inizio dell’anno scolastico, qualcuno scrisse con una bomboletta una frase lungo il muro di via Brignone. «C’è chi nasce sognatore e chi nasce sogno. Tu sei nata per essere il mio sogno, io sono nato per sognare», circa. Preside vicepresidi e professori si scaldarono per l’imbrattatura alla vernice gialla dipinta di fresco. Qualcuno si disgustò, nella sua superiorità boriosetta, della banalità della frase (salvo poi ricordarla ancora ad anni di distanza). Qualcuno godette dell’atto "vandalico" (non lo considerava come tale, probabilmente). Qualcuna quasi sicuramente si commosse. Il fatto è che chi scrisse, e chi si commosse, lo fece non solo per la frase, ma per la dimostrazione che ne viene. Se "il sognatore" ha scritto sul muro della scuola, non era per sfida. Era perché "il sogno" passava di lì. Ma si poteva scegliere anche un altro muro.

No, credo che non solo il destinatario del messaggio (ecco la linguistica che salta fuori), ma pure lo scrivente frequentava il Porporato. E non ha scritto su quel muro quando quel muro era un semplice muro di via Brignone, ma appena quel muro è diventato un muro della scuola. La scuola per quella coppia è stata veramente, magari per poco, "vita". Il cittadino non può che deprecare l’atto, vandalico senza virgolette. L’appassionato di scrittura e di materiali scrittori, chiamatelo filologo o ‘ama-parole’ o solo ‘perdigiorno’, a ripensarci, scorge un altro punto di vista. Che con parole, mezzi, finalità, spirito differenti, in fondo, ha detto la stessa banalità.