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Pinerolo Indialogo

Gennaio 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

Per realizzare l'equità


Ridurre la forbice delle disuguaglianze

 

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.1 - Gennaio 2012

  Si parla molto di equità, e quasi tutti ne parlano per lamentare che nei sacrifici che ci vengono richiesti non ce n’è, o ce n’è poca. Ma in concreto che cosa è l’equità?

E’ vero, capita spesso che una parola sia molto usata e poco chiarita. Per vecchia abitudine chiedo soccorso all’etimologia: "aequus" non aggiunge altro al poco che intuisco, ma "aequor" mi indirizza già meglio. "Aequor" è la distesa piana del mare o della terra, le onde non increspate, la pianura non movimentata da rilievi.

Quindi l’"equità" sembrerebbe indicare una sorta di pianura sociale, l’invito a trattare tutti in modo eguale. Ma evidentemente non è così. Noi non siamo uguali, e dare a ciascuno la stessa cosa non equivale a dare a ciascuno il suo, quello che gli spetta. Noi siamo uguali in una sola cosa, e lo dice bene la nostra Costituzione: siamo uguali in "dignità sociale", cioè nell’aspettativa di un’esistenza che rispetti la nostra qualità di persona, e l’esigenza di ciascuno di realizzarsi senza mortificazioni o abbrutimenti.

Lo diceva già l’antico Testamento, in un documento molto citato (Levitico, 25, a proposito del Giubileo) : gli uomini nascono uguali, ma poi le condizioni della vita li rendono diversi. Alcuni arricchiscono, altri diventano schiavi. Per realizzare l’equità, è necessario ogni tanto far ritornare tutti nelle condizioni di partenza; oggi diremmo, con brutto vocabolo, "resettare" la società. Se si restituisce la terra, se si condonano i debiti, se si distribuiscono i raccolti, si torna uguali. L’equità ricostruisce la piana del mare o della terra, alterata dalle diseguaglianze sociali.

Oggi un ripristino radicale non è praticabile, ma l’equità vuole che almeno in parte si riduca la forbice. Anche la Costituzione, realisticamente, non pretende l’azzeramento di ogni diseguaglianza, ma chiede che esse siano almeno ridotte, che gli ostacoli ad una vita dignitosa siano rimossi.

La criticata manovra del governo Monti lo fa in misura esigua, perché alcune delle forze politiche, sul cui consenso si regge, non gli permettono di fare di più. In questo senso non è sbagliato lamentare che di equità ce ne sia poca. E’ però sbagliato dimenticare a chi va attribuita questa mancanza. Si tratta di quel coagulo di resistenze, che hanno la loro espressione in settori parlamentari, le quali affermano che i sacrifici sono bensì necessari, ma devono incominciare a colpire solamente a partire dal livello di chi sta più in alto di loro.

Le statistiche ufficiali ci informano che in Italia circa il 14% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà. Questo significa che l’86% dei cittadini è tenuto a fare qualche cosa per loro: molto di più coloro che stanno in alto nella scala sociale, ma qualcosa anche gli altri. Anche coloro che insorgono perché subiscono un aggravio di poche centinaia di euro in un anno; anche quelli che deplorano di non poter andare in pensione a 58 o 60 anni, pur senza essere occupati in lavori usuranti; e ovviamente sono tenuti, con ben maggior rigore, coloro che figurano percettori di redditi modesti avendo occultato gli altri, che piangono perché "quest’anno niente Cortina", che lamentano spoliazioni inesistenti mentre conservano una moltitudine di cellulari, televisori, autovetture e carte di credito.

L’equità credo allora che voglia dire andare oltre la mera giustizia distributiva simmetrica, quella che induce a pensare che quanto posseggo è frutto del mio merito, e quindi mi spetta. E’ una tensione, più o meno forte, raramente vincente, verso il sollievo di coloro che dalla sola giustizia non sono salvati. "Egli giudicherà il suo popolo con giustizia, i suoi miseri con equità": il salmista non era un giurista, ma conosceva il valore dei concetti.