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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

In merito al naufragio dell'isola del Giglio


Il senso del limite e della misura

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.2 - Febbraio 2012

  Alle molte riflessioni che ha suscitato la tragedia dell’isola del Giglio se ne può aggiungere una, collegandola ad altre situazioni che con essa hanno un punto di contatto: la sproporzione tra il danno arrecato e l’oggetto per la cui soddisfazione si accetta il rischio del sacrificio.

Che l’uomo incida negativamente sul creato è cosa frequente, addirittura quotidiana: tuttavia da questi interventi, di regola, deriva se non altro un qualche beneficio. Ha massacrato le Alpi Apuane, ma ne sono usciti il Davide di Michelangelo e migliaia di marmi preziosi. Ha scavato miniere deturpando siti, ma il carbone era necessario per produrre calore ed energia. Ha imbrigliato fiumi riducendone l’incanto, ma ha evitato allagamenti e favorito l’agricoltura. Ha divorato il suolo con le grandi città, ma questo concentrato di umanità ha favorito la cultura, la scienza e le relazioni umane. Insomma, si perde qualche cosa, ma si acquista qualche altro bene o si soccorre una necessità.

Invece con le grandi città naviganti sul mare, e con lo sconvolgimento che ne deriva, lo scambio non è bilanciato, perché sull’altro piatto non c’è la salute, la bellezza, il progresso, o qualcosa di almeno un poco utile: c’è semplicemente l’insania del business e dei benestanti, o aspiranti tali per una settimana, che giocano a capitan Nemo per esibire le foto scattate con la digitale da una posizione di privilegio. Il conflitto tra le fondamenta di Venezia squassate dalle ondate spinte dai mastodonti delle crociere e l’"inchino" incluso nel protocollo dei souvenirs è una partita demenziale, come l’abbattere una sequoia centenaria per farsi uno stuzzicadenti.

Ma questo non è il solo caso di follia: il naufragio e il disastro ecologico dell’arcipelago toscano si apparentano con le abetaie squartate per creare le piste sciabili domenicali, con lo spreco e l’avvelenamento chimico dell’acqua per l’innevamento artificiale, con le migliaia di animali sacrificati alle creme della cosmesi, con il consumo dei suoli immolati alle casette unifamiliari, con i sentieri montani sconvolti dalle moto, con la collezione degli animali esotici in villa e il boa o l’alligatore a spasso nei giardinetti pubblici.

Questa stagione di individualismo esasperato ha prodotto non solo i guasti sociali che sappiamo, ma anche una mutazione antropologica nel nostro rapporto con il creato. L’alma mater, la terra buona che ci nutre, la prima divinità pensata dagli albori della mente umana, è diventata lo stuoino dei nostri piccoli piaceri esibizionisti, la bottega nella quale pescare qualsiasi cosa che serva al nostro istinto compulsivo, il servo muto e impotente del padrone sciocco. Il submittite terram del Genesi, letto dall’alto della nostra egolatria, non è più inteso come prosecuzione della creazione, come una responsabilità per realizzare meglio noi stessi, ma come licenza per soddisfare ogni nostra velleità, indifferenti al costo.

Ogni giorno si sente fare appello al sacrificio, per compensare la cecità dissipatrice di ieri e per ricordarci il senso del limite e della misura: a fronte di questi richiami la grande balena spiaggiata davanti all’isola del Giglio aggiunge un fotogramma tragico alla torre di Babele, al volo di Icaro, alla sorte dei despoti abbattuti ed a tutte le dismisure di cui è protagonista lo smemorato puntino dell’universo che è l’uomo.