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Marzo 2012


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 


Intervista ad Elvio Fassone

20 anni di "Mani pulite"

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.3 - Marzo 2012

  La sera del 17 febbraio 1992 tutta l’Italia venne a conoscenza dell’arresto in flagranza di Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio a Milano, l’inizio della valanga “Mani pulite”. Qual è il ricordo di quei giorni dell’Elvio Fassone magistrato? 
   Nel 1992 ero componente del Consiglio Superiore della Magistratura, e quindi ho vissuto quei mesi  da un osservatorio particolare: quello cui perveniva l'esultanza dei cittadini, che scendevano in piazza indossando le magliette con su stampato “Di Pietro facci sognare”, ma anche le esternazioni violente di Cossiga, gli attacchi di quella parte politica che temeva di finire stritolata dalle inchieste, e le denunce contro i pretesi abusi dei magistrati.  Erano i mesi dell'omicidio  Lima, prodromo della caduta di Andreotti e del famigerato CAF, Craxi, Andreotti, Forlani, nessuno dei quali, infatti, ottenne la presidenza della Repubblica;  dell'assassinio di Falcone e poi di Borsellino; del tracollo della lira e della cura terrificante imposta al Paese da Amato; in una parola, della scomparsa della prima Repubblica. La magistratura era la punta di lancia di una forte insofferenza collettiva, un po' come lo è stato il binomio Napolitano-Monti nei confronti della seconda Repubblica.  Per questo ero preoccupato dell'eccesso di entusiasmo e di aspettative verso i magistrati, e temevo il riflusso, che puntualmente avvenne.

  In questi vent’anni è stato fatto abbastanza contro la corruzione in Italia? E come è cambiato il fenomeno rispetto al 1992?
   Il modello operativo, se così posso dire, della corruzione degli anni '80 e primi '90 era quello classico.  Un funzionario pubblico, titolare di un ampio potere discrezionale;  un atto pubblico lucrativo, come un contratto di appalto, di fornitura, di acquisto, di erogazione di servizi o simili;  un imprenditore, o spesso un gruppo di imprenditori;  un partito, o spesso una consorteria di partiti; il pagamento di una forte somma di danaro, a beneficio prevalente di questi ultimi.

   Il sistema reggeva per l'incrocio delle convenienze reciproche.  La politica, diventata ricca e arrogante,  rendeva i partiti affamati e voraci: ricordiamo i convegni faraonici, la moltitudine di giornali e periodici, la corte di reggicoda, i banchetti e la dispendiosità sprecona di tutti gli atteggiamenti della politica di allora.  I soldi servivano per la scalata interna dei partiti, premessa di ulteriore potere per assegnare appalti e quant'altro, a loro volta premessa per altri quattrini, e così via.

   Sull'altro fronte, il sistema andava bene anche per le imprese.  Il prezzo della tangente veniva riversato sul costo finale dell'opera, che nessuno chiamava a rendiconto;  ed era ampiamente compensato dal vantaggio di non dover competere con la concorrenza.  Le rivalità con i pari livello erano composte attraverso la rotazione: oggi questo appalto a me, domani quello a te.  I fastidi che potevano derivare dai livelli inferiori erano sistemati con i subappalti e le briciole.

   I guasti erano giganteschi.   L'opera pubblica non solo veniva a costare molto di più, ma spesso era inutile, cioè ordinata solo per procurarsi il vantaggio della tangente;  spesso era fatta male, con costi di manutenzione e di rifacimento;  spesso restava a metà, dando vita a quel paesaggio di incompiute che è stato tante volte documentato.  Inoltre la competizione fra i partiti veniva falsata dallo sbilancio delle risorse;  le imprese, non stimolate dalla concorrenza, perdevano professionalità, specie nelle competizioni internazionali;  e il debito pubblico si impennava drammaticamente, passando da circa il 72% sul PIL ai primi anni '80 al 124% alla fine dell'epoca craxiana, che è ancora oggi il macigno che ci stava per stritolare.

        Quanto alla domanda sull'efficacia del contrasto alla corruzione, la risposta viene dalla constatazione di quello che è accaduto negli ultimi anni.  Si è sterilizzata grandemente l'azione della magistratura penale, dimezzando i tempi della corruzione, e depenalizzando i reati-spia, quelli che spesso servono da base di partenza per le indagini:  il falso in bilancio e i reati tributari.  In più si è legalizzata di fatto una vasta quota di illeciti, ad esempio trasferendo sotto le competenze della Protezione civile i grandi eventi (in pratica: tutto quello che si vuole) e poi sottraendo queste competenze al controllo della Corte dei Conti.

        Il risultato sono i comitati di affari e la “corruzione avvolgente”:  le relazioni intrecciate attraverso i faccendieri che moltiplicano le “liaisons”;  i favori sontuosi, le vacanze pagate, l'auto di lusso in comodato perpetuo, le escort nel resort, l'alloggio di pregio a prezzo irrisorio, l'affitto gratuito, l'assunzione dell'amante, l'incarico lucroso alla moglie e altre piacevolezze.  Questo fa sì che l'atto pubblico che seguirà non è neppure più percepito come un illecito, ma come un modo di sdebitarsi e di ricambiare il favore.  L'entrare nel comitato diventa così appetibile che nasce la corsa ad ingraziarsene i membri, e in questo modo si giunge anche a collocare i “nostri uomini” nei gangli che contano, rendendo invincibile e mimetizzata l'organizzazione. 

   Qual è il suo giudizio sul pool di Milano vent’anni dopo? Quali furono gli errori e quali i meriti principali? 
   Errori significativi non ne vedrei.  C'è stata, questo sì, una certa spettacolarizzazione, le manette di Carra, la bava di Forlani, il duello rusticano Di Petro-Cusani e altri.  Ma gran parte della colpa va ascritta all'esaltazione dei fatti voluta dai media, ed a qualche magistrato imitatore non altrettanto professionale, sparso nel Paese.  Non credo, invece, che ci sia stata la caccia al politico, colpevole o innocente che fosse, pur di finire sui giornali.  Alla fine del  ciclo, le statistiche parlano di una percentuale di assoluzioni vere (cioè non dovute a prescrizione o a modifiche legislative intervenute a proposito dell'utilizzo delle dichiarazioni) nell'ordine del 7-9%, cioè assai meno della media ordinaria.

        I meriti sono sotto gli occhi di tutti: lo svelamento di un sistema di potere corrotto e micidiale, effettuato sulla base di un'altissima professionalità nell'indagine.  Nella stragrande maggioranza dei casi gli imputati confessavano perché venivano messi di fronte ad una massa imponente di risultanze documentali, che li obbligavano ad arrendersi, e di riflesso ad aggiungere altri elementi di prova a carico di altri imputati.  Le indagini bancarie e patrimoniali, le tecniche di rogatoria internazionale e l'organizzazione informatica delle risultanze si sono perfezionate proprio grazie a “Mani pulite”, e sono diventate patrimonio di tutta la magistratura anche per altri tipi di investigazione. 

Il berlusconismo ha rappresentato una forma di discontinuità dal sistema di potere precedente a Mani Pulite oppure ne è stata la più naturale conseguenza? 
    Schematizzando, ritengo che il fenomeno “Mani pulite” sia dovuto alla combinazione di tre fattori principali.  Il rifiuto della classe imprenditoriale di sottostare alle pretese crescenti dei partiti, ormai insostenibili perché diventate universali e troppo esose.   Inoltre la spinta di quelle che potremmo chiamare “le seconde file della politica”, di quelli che stavano fuori e che vedevano l'occasione per liberarsi delle prime file e subentrare: ricordiamo che il cappio e le manette in aula vennero sventolate soprattutto da parlamentari della Lega e di AN.  Infine la gigantesca mobilitazione dell'opinione pubblica, che combinava la gravissima crisi economica del '92 con lo spettacolo di una classe politica corrotta che l'aveva gettata nello sfascio, e della quale pretendeva l'esautorazione.

        Perché da questa ribellione sia poi uscito Berlusconi è una domanda che attende ancora risposte convincenti.  Una mia opinione molto cauta è che dalle semplificazioni nasce quasi sempre il populismo:  l'aver criminalizzato la politica in sé, anziché quella classe politica, ha dato spazio al berlusconismo, che è appunto una miscela di anti-politica, di insofferenza alle regole, di richiesta di un leader carismatico che salti le mediazioni istituzionali e risolva magicamente i problemi.  La democrazia vera è fatica, e una parte troppo ampia degli italiani rifiuta di praticarla, cercando scorciatoie.

          Vent’anni fa gli scandali giudiziari furono accompagnati da quella che Montanelli chiamò “la rivoluzione pacifica della società civile” contro il potere della Prima Repubblica. Oggi il governo Monti fa presagire la nascita di una Terza Repubblica. I partiti attuali saranno ancora in grado di intercettare le richieste degli elettori dopo la “parentesi tecnica”? 
   Anche per me è forte la suggestione di vedere analogie tra il '92 e l'oggi.  C'è sempre una soglia oltre la quale la corruzione, il malcostume, l'arroganza impunita e il degrado dei costumi produce una ribellione diffusa, che cerca un'occasione per esplodere.  Ma mi rattrista pensare che questa insofferenza civile è come subalterna, nella nostra storia, alla necessità di una “potenza straniera” che intervenga a darle manforte, a fare da detonatore.   Penso, per esempio, alle  guerre di indipendenza del Risorgimento, che fruttarono Lombardia e Veneto solo grazie all'aiuto di Francesi e Prussiani.  Penso ancora alla lotta di liberazione del 1943-'45, che l'eroica Resistenza non avrebbe vinto da sola senza gli Alleati.  E qualcosa di simile vedo nella fine della prima Repubblica, crollata grazie alla magistratura, e nella (sperabile ) fine della seconda, mandata in soffitta dai cosiddetti tecnici. È come se sulla nostra democrazia pesasse una sorta di minore età permanente, un'incapacità a dire “basta” da soli, senza dover attendere un intervento al di fuori delle linee fisiologiche del ricambio democratico.  Riusciremo a diventare maggiorenni?

       Anche sull’onda di Mani Pulite, nel 1993 gli Italiani abolirono per via referendaria il finanziamento pubblico ai partiti. Oggi il meccanismo dei rimborsi elettorali concede grandi somme di denaro ai partiti, molto superiori alle reali spese sostenute in campagna elettorale. Crede questa modalità sia una via surrettizia di finanziare i partiti o pensa sia una forma necessaria per la sopravvivenza degli stessi?
   Il problema del finanziamento ai partiti è teoricamente insolubile.  Se non lo si ammette, il gioco politico è squilibrato a favore dei  partiti che hanno una base elettorale più ricca e più propensa a sostenerli economicamente.  Se lo si ammette, diventa una mangiatoia indecente.  I pro e i contro sono così bilanciati che un primo referendum abrogativo, nel 1978, ottenne risposta negativa dai cittadini, e solo gli scandali di “Mani pulite” indussero gli Italiani al “sì” clamoroso nel referendum del 1993, subito sterilizzato dalla legge che lo tramutava in un rimborso elettorale.

   Personalmente ritengo che il sostegno pubblico sia opportuno, ma con dei correttivi rispetto ad oggi.  Per intanto i partiti devono assumere per legge lo statuto di soggetti di diritto pubblico, e perciò obbligati ad una disciplina e trasparenza rigorosa.  Poi vedrei bene che il finanziamento fosse commisurato non solo ai voti conseguiti, ma più ancora agli iscritti (come avviene, ad esempio, in Germania), cioè al grado di affezione reale che il partito gode nel Paese.  Questo li spingerebbe a cercare un legame effettivo con gli elettori, e non a ridursi a circoli auto-referenziali.

 Il Presidente Cossiga, riprendendo un brano di Croce, sosteneva come fosse preferibile un bravo politico piuttosto che uno onesto, pensiero oggi portato avanti da Giuliano Ferrara, ad esempio. Siamo davvero inevitabilmente costretti a scegliere e a considerare le due qualità raramente conciliabili?
   Non può esistere un bravo politico disonesto, per la semplice ragione che, se disonesto, perseguirà il bene suo e non quello di tutti.  Se Cossiga e Ferrara ritengono che un politico onesto sia per forza incapace, dicono una sciocchezza:  esistono politici onesti e capaci; e se per avventura una persona è onesta e poco intraprendente, si tratta o di sceglierne un'altra, o di “formare” scrupolosamente il galantuomo, prima di ammetterlo alla carica pubblica.  La competenza si può sempre acquisire, dalla “marioleria” è difficile guarire.