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Pinerolo Indialogo

Aprile 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

Sui giovani e il lavoro


"Vieni via anche con me"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.4 - Aprile 2012

  Il problema dei giovani e del lavoro ha assunto dimensioni drammatiche. Ce lo ripetiamo ogni giorno, scriviamo libri e teniamo convegni, ma nessuna medicina lo lenisce. Quando parliamo di lotta agli sprechi, non riflettiamo che questo è appunto lo spreco di un’intera generazione, che in parte emigra, in parte si rassegna, in parte devia, e comunque non viene utilizzata per quel che può apportare alla nostra comunità appassita: vitalità, inventiva, energia creativa, entusiasmo. Ricchezza umana buttata.

Non c’è dubbio che lo sforzo maggiore deve essere nostro, che dobbiamo capire che nessun sacrificio è troppo alto per porvi rimedio, nessuna spesa pubblica è esagerata anche se ci porta fuori bilancio, nessun patrimonio può recintarsi di filo spinato se gli si chiede di smagrire un po’ per restituire dignità a una generazione.

Ma forse occorre incominciare ad afferrare il problema anche da un’altra parte. Tutte le lettere che appaiono sui giornali, scritte da giovani che descrivono la loro personale odissea in cerca di un lavoro, provengono da laureati in scienze della comunicazione, in storia dell’arte, giornalismo, psicologia, archeologia, lettere, filosofia o facoltà affini. Tutti ragazzi seri, con dei curricula brillanti, probabilmente dotati anche di buona volontà. Ma su un’altra pagina del giornale si legge che mancano ingegneri, operatori informatici, programmatori, esperti in servizi all’impresa; e anche fresatori, disegnatori ed esperti in manutenzione macchine. Per non parlare dell’artigianato, dove mestieri di antica tradizione (e di buona remunerazione) vanno scomparendo, e persino quelli di fruizione quotidiana faticano a trovare la semplice manodopera di sostituzione. Quei giovani infelici si inventano accompagnatrici di bambini alla palestra o distributori di stampa libera e volantini alle stazioni, mentre l’informatico e persino il panettiere nordafricano si procurano un buon reddito.

Allora forse è tempo di affrontare anche qualche verità sgradevole: l’orientamento della formazione, il cambio di mentalità sulla scala di prestigio sociale che rivestono i vari lavori. Sono in questione paradigmi sociali duri a morire, l’ansia del figlio laureato come strumento di ascesa sociale; il retaggio pseudo-umanistico che ci vuole colti solo se si è letterati e declamatori; il timore ombroso degli adolescenti, che "le ragazze non ci filano nemmeno se siamo solo operai o dipendenti"; la convinzione polverosa che fare un capolavoro con le mani è sempre meno pregiato che scrivere su un registro. E via sproloquiando.

Non basta, c’è un altro macigno mentale da rimuovere: "Se a me piace la letteratura, perché mi debbo laureare in informatica?". Vero, se si trattasse soltanto di acquisire questa o quella cultura specialistica. Meno vero se poi quella cultura la devi vendere su un mercato che non sa che farsene. Oppure diciamola diversamente: il diritto al lavoro, sancito dalla Costituzione, è l’unico diritto che non ha un soggetto specifico obbligato a rispettarlo. Un conto sono i diritti del lavoratore, una volta che domanda e offerta si sono incontrate; altro conto è la richiesta di un reddito rivolta a chi non ha interesse ad avvalersi di quel che sai fare.

Allora, forza, cambiamo registro, tutti insieme. Noi "grandi", dicendo, e praticando anche a livelli di stipendio, che chi si fa i calli alle mani merita una paga almeno altrettanto dignitosa di chi sposta ricchezze sul computer. E i ragazzi piantandola con le scienze della comunicazione, e rivendicando l’orgoglio di saper aggiustare un motore o potare le ortensie. Vorrei vedere folle di giovani con magliette dai colori sgargianti, e su scritto "ho un’idea per la testa" (la parrucchiera specializzata), "tornio subito" (l’operaio qualificato), "ho capito un tubo" (l’idraulico competente), "la donna e un mobile" (la restauratrice), "voglio essere nella tua memoria" (l’informatico), "per fare un albero ci vuole un cuore" (il giardiniere). In una parola "vieni via anche con me". Per non vederli più infilare la pubblicità nelle buche.