Pinerolo Indialogo

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Pinerolo Indialogo

Aprile 2012


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 



Intervista a Renato Storero

Un nomade del Cineforum

di Piero Andrea Martina

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.4 - Aprile 2012

   Uscendo da un ascensore d’altri tempi, diresti da film, mi ritrovo davanti alla porta aperta di casa Storero, con Renato che mi attende per farmi accomodare. Imbiancatura, specchi, mobilio quasi belle époque, lo studio pieno di libri.

Ho salito tre piani per intervistarlo sul Cineforum di Pinerolo, da lui fondato e diretto, da lui portato alla veneranda età di 50 anni, «che compirà l’anno prossimo, però!». Mi rendo subito conto che intervistarlo è impossibile. Renato evita accuratamente le mie banali domande per rispondere ad un dettato immaginario. Mi dice quello che vuole. Collaboratore per una vita (gli ottantasette anni meglio portati che io conosca) dell’Eco del Chisone, è come se mi volesse impedire il diritto al grassetto che spetta all’intervistatore. Rinuncio allo scambio di battute, e riferisco in terza persona la chiaccherata, che mi limito a ordinare per argomenti.

Pellegrini e stranieri. «Istituzione culturale più vecchia di Pinerolo, attiva dal 1963; uno dei cineforum più vecchi d’Italia ad essere tutt’ora attivi» i dati anagrafici bruti. Istituzione sicuramente; culturale: se ce ne sono ancora, questa lo è; che ha accompagnato, chiosato, trainato la vita dell’ultimo mezzo secolo della nostra cittadina di provincia. «Ma la vita del Cineforum di Pinerolo è fatta soprattutto di peregrinazioni. Viaggi tra film, pellegrinaggi laici verso l’irraggiungibile meta di portare un cinema alto/altro al pubblico». E qui Renato mi passa uno dopo l’altro, traendoli dalla scatola dal sapore di lanterna magica, i dépliant di tutte le edizioni del Cineforum. «Guarda il formato come cambia, prima un A4 ciclostilato» anni ‘60 «poi sempre più pagine: all’inizio non scrivevamo recensioni. Poi questo bel formato oblungo» anni ‘70, contestazione grafica? «con una grafica sempre migliore» intervento del figlio Luca «infine come li facciamo adesso». Con la finezza che gli è propria ricuce una storia della cultura attraverso una storia dei formati dei "libretti". «Leggi questa frase, che avevamo messo in epigrafe del 1984. Guarda questo aforisma» – gli aforismi di Renato, le sue citazioni, hanno scandito e scandiscono le proiezioni dei film, per noi tesserati un punto fermo. «Ma i pellegrinaggi» lo riporto faticosamente sull’argomento «sono stati anche delle sedi. Prima il Cinema Teatro Roma, poi l’Italia, il Cinema Nuovo, il Ritz, il Primavera, il Sociale, infine nuovamente, e a tutt’oggi, il Ritz». Cinema che non ci sono nemmeno più, vivi i nomi del ricordo. I cinema passano, il cineforum rimane. Rimarrà?

Nascita e crescita. «Siamo partiti senza sede, senza niente alle spalle. Abbiamo iniziato le proiezioni così» altre volte mi ha detto, "come ispirati da un qualche brano musicale". Mi cita l’amato Bolero, l’ultimo movimento della Patetica. «Ma non era intellettualismo. La sede l’abbiamo trovata in un cinema della Diocesi, gratuito». Aggiunge qualche frase sulla possibile censura, sui dissidi che ci sarebbero stati in seguito. «Abbiamo sempre voluto la piena libertà di azione. Quando ci hanno sconsigliato la proiezione di Viridiana di Bunuel, ce ne siamo andati. Senza mai scordare, però, la disponibilità ad ospitarci gratuitamente quei primi anni». Non è incoerenza, è rispetto delle reciproche parti quali oggi quasi non comprendiamo più. «Tre volte in cinquant’anni abbiamo ceduto alla pubblicità; mai avuto patrocini, mai appoggi esterni, se non l’iscrizione alla Federazione Italiana Cineforum, che ci garantisce l’esenzione dalla SIAE». L’orgoglio è tangibile. «Gl’iscritti a quella prima edizione, dove tutto sembrava imbastito, erano più di duecento. Cinquanta persone in piedi tutte le proiezioni». Altri tempi? «Al Primavera siamo arrivati a 30 film in programma, qualche proiezione pomeridiana, settecento tessere».

Momenti. «Abbiamo dato di tutto: abbiamo scoperto il neorealismo tralasciato dalle grande sale, ma poi tutte le stagioni del cinema italiano, e gli americani, il grande cinema francese, quello russo di Tarkovski, la stagione fiorente degli Ungheresi. Di questi, le pellicole erano in lingua originale, sottotitolate in francese. Ho preso un microfono e, in mezzo alla sala, traducevo simultaneamente in italiano». «Poi ci hanno anche censurato. Avevamo in macchina l’Ultimo tango a Parigi, il giorno della sentenza della Cassazione che condannava la pellicola al rogo. Medioevo. Abbiamo deciso di rispettare la sentenza e non proiettare il film, sostituendolo con un dibattito. Il pubblico ha rumoreggiato. Non averlo dato è l’unico rimpianto di questi 49 anni». Poi mi racconta tanto altro, mi cita autori, musicisti, anni di piombo e anni d’oro, del cinema e della cittadinanza. Ora le tessere sono in lieve flessione, le presenze diminuiscono. «Tanti cineforum, tanta meno voglia di fermarsi a discutere dopo il film». Renato ne trae spunto per riflessioni politiche, sociali, culturali. E forse è proprio questo il bello che ha passato al Cineforum di Pinerolo, e ai suoi iscritti: saper vedere nel cinema, con gli occhi della macchina da presa, ma anche attraverso le persone che al cinema ci vanno, o non ci vanno, l’avventura e il percorso di una civiltà culturale quale la nostra. Immancabile, l’ultimo aforisma, di Paul Valéry: «Tout commence par une interruption...» Merci de cette continuelle interruption, ciné-forum!