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Pinerolo Indialogo

Maggio 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

364 giorni per lo sdegno, ma pure 1 per la scelta


Disgusto della politica e fatica della democrazia

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.5 - Maggio 2012

  I sondaggi ci informano che circa la metà dei cittadini non intende recarsi a votare nelle prossime elezioni, oppure voterà scheda bianca. Se sarà così, saremo di fronte alla vera secessione, quella reale e drammatica: metà degli Italiani si sarà distaccata dalla democrazia, le istituzioni (per ora quelle amministrative) saranno in gran parte delegittimate per difetto di rappresentanza, il collasso democratico rafforzerà il primato dei puri rapporti di forza. Questa disaffezione universale avrà dato ragione a chi predica che la politica è semplicemente l’arte di persuadere la gente a non immischiarsi negli affari propri.

José Saramago, nel suo "Saggio sulla lucidità", aveva previsto con anticipo (2004) uno scenario del genere, ipotizzando in un paese non identificato una tornata elettorale nella quale, senza apparente concertazione, l’80-90% dei cittadini si era bensì recato alle urne, ma per deporvi la scheda bianca. Il potere aveva imposto la ripetizione del voto, ottenendo un risultato ancora più sconvolgente; impaurito da questa forma di ribellione, aveva instaurato un pesante colpo di stato, con annessi arresti e omicidi. Qui si fermava il romanzo.

Non è opportuno drammatizzare, ma ammonire sì. Le prediche sui pericoli dell’anti-politica sono ormai tanto ripetute quanto inefficaci. E’ difficile persuadere le persone ad appassionarsi al proprio futuro, quando esse non hanno alcuna speranza che questo futuro sia migliore del presente. Eppure è indispensabile ribadire che chi non vota, vota per il vincitore, e non è detto che il vincitore sia il migliore (anzi ….); che, con tutti i suoi difetti, la politica rimane l’unico strumento in grado di affrontare i problemi dalle dimensioni smisurate come quelli che ci angosciano (disoccupazione, diseguaglianze, sfruttamento degli uomini e del pianeta, e affini); infine che se il rifiuto di questa politica è giustificato, esso non può diventare il rifiuto della politica in generale, dunque deve tradursi nella pretesa di una politica diversa e di partiti diversi.

Ma come ottenerlo? Utilizzando ancora di più, anziché disertarli, gli strumenti della democrazia. Ci sono 364 giorni all’anno per l’indignazione, per l’esecrazione, per lo sberleffo : ma ce n’è uno per la decisione, per la vera fatica democratica, per dire con forza: ci sono anch’io, ci siamo anche noi. Anzi, siamo noi, e solo noi, a darvi legittimità.

Dunque, restiamo in campo, per chiedere questo: ridurre almeno della metà i finanziamenti pubblici ai partiti, non per moralismo, ma perché questo è il modo di costringerli a smantellare gli apparati, a trasformarli in partiti leggeri, a cercare il consenso e le risorse non nella simonia ma nella partecipazione convinta. Ridare agli elettori il diritto di scegliere gli eletti, e rifiutare la panzana che le liste bloccate servono a tutelare i candidati deboli, che sarebbero destinati a soccombere di fronte a quelli dotati di risorse o di clientele. Mettere in lista solo persone di sicura probità e competenza, così non ci sarà nessuna volpe che si mangia le galline, perché le volpi saranno escluse.

E poi ancora: esigere che si impegnino - almeno qualcuna fra le forze che ci chiedono il voto - per una politica povera, che non renda gli eletti debitori delle lobbies finanziatrici; per una classe politica che non preveda la carica a vita; per uno stile corretto, che faccia a meno dei vecchi marpioni portatori di clientele: perderanno forse qualche pacchetto, ma lo sostituiranno con interi vagoni di voti delle persone oneste che non ne possono più. E chiedere che ci presentino un progetto vero, oltre che la schermaglia delle alleanze e del sì o del no ai governi tecnici; che tornino a parlarci di dignità della persona, di riduzione delle diseguaglianze, di rispetto del pianeta, di lotta ai privilegi, di soccorso vero a chi patisce. Non è retorica, è fame di senso.

E’ illusorio tutto ciò? Forse, ma la rinuncia è peggio. Utilizzeremo dunque i 364 giorni per la mobilitazione, per lo sdegno, per l’urlo se occorre. E il giorno residuo, quello delle scelte, per dire sì a quelle forze politiche (ce ne sarà almeno una !) disposte a rimettersi in gioco secondo questa richiesta: che è poi l’unica che ci fa società, cioè soci, anziché zombi, anziché lupi.