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Pinerolo Indialogo

Giugno 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

La festa della Repubblica


Non è solo "quando non c'è il re"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.6 - Giugno 2012

  Le polemiche sull’opportunità di celebrare diversamente il 2 giugno hanno riportato un po’ di attenzione su una festività abituata a scivolare via senza partecipazione emotiva. Il trittico Resistenza-Costituzione-Repubblica è già di per sé un po’ tutto stropicciato, ma la sua ultima tessera è particolarmente sbiadita. Viene da chiedersi come mai questa solennità sia così poco sentita, al punto da essere soppressa da Leone nel 1977 e ripristinata solo nel 2001 grazie alla tenacia del presidente Ciampi.

Eppure la Repubblica non è solo "quando non c’è il re", non è solamente una formula istituzionale fra le altre. E’ il frutto difficile di una scelta coraggiosa, perché alla fine della guerra nell’Europa occidentale le monarchie erano la regola (Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Grecia, e Granducato del Lussemburgo per buona misura). E’ stata una scelta contrastata, perché l’affezione alla monarchia era forte, specie nel sud e anche nel nostro Piemonte, tanto che il referendum finì 12,7 (milioni) contro 10,7. E’ stata anche una scelta ardimentosa e battagliera, perché fu l’unico esempio di repubblica nata mentre c’era ancora un re in carica, e perché fu l’unica repubblica generata espressamente dalla lotta contro il nazi-fascismo. Ed è stata, soprattutto, una scelta etica, perché nella nostra storia la Repubblica segna i momenti più alti di indipendenza e di libertà, dalle repubbliche marinare all’Italia dei Comuni, alla Repubblica romana del 1848; e infine perché le sue apparizioni sulla scena della storia si qualificano per la presenza di uomini che hanno davvero inteso il potere come servizio alla "cosa pubblica".

Repubblica, dunque, vuol dire che la nazione è "cosa di tutti", e che il farne parte significa accettarne lo spirito di servizio. C’è il passo di un autore dell’ottocento che è bello ricordare come sintesi dei valori repubblicani, come vademecum che andrebbe recitato (ed applicato) in questo momento nel quale gran parte degli attori della nostra politica godono di così cattiva reputazione.

"Nelle repubbliche il lavoro e l’onesta povertà sono in onore, e, se si tratta di elevare alcuno anche alla magistratura suprema, non si cerca da chi sia nato, ma chi è. Contentarsi del poco, non parteggiare che nell’interesse della cosa pubblica, non ambire le magistrature che come servigio, e non aspirarvi che con l’esemplarità della vita, ecco gli esempi che ci danno i veri Repubblicani, antichi e moderni" (G.B. Tuveri, 1851).

Sono espressioni oggi desuete, ma allora ovvie e naturali. Sanno di penna e calamaio, della sapienza forte e umile dei nostri vecchi, di pane cotto nel forno a legna della probità, di vita sobria e di dedizione senza esibizioni, di ritorni nell’ombra dopo il servizio, in quella onesta povertà di cui si era fieri, che è l’esatta antitesi della corrotta ricchezza di tante carriere di oggi.

Forse è per questo che oggi la Repubblica non è trendy. Ma appunto per questo mi piace rammentare ogni anno, in solitudine o in comunione, il suo significato profondo, e mi rattrista un poco vedere la ricorrenza trasformata in una bella occasione per andare al mare.