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Pinerolo Indialogo

Giugno 2012

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Olivia Manescalchi e Giancarlo Cordiglia

Al Gobetti la commedia "Il Funerale"

di Federico Gennaro

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.6 - Giugno 2012

 «Che cosa non mi piace della morte? Forse l’ora».

Così Woody Allen, in uno dei suoi più celebri aforismi, ironizza sull’ ora più solenne, quel lasso di tempo in grado di racchiudere l’ eterno e il finito, la morte e la vita, il dolore di chi rimane e l’insostenibile leggerezza di ciò che scorre attorno. Ed è da queste riflessioni che Olivia Manescalchi e Giancarlo Judica Cordiglia sono partiti per mettere in scena "Il Funerale", commedia proposta presso il Teatro Gobetti di Torino.

«Il testo - scrive l’autrice - nasce dalla necessità di ritrovare un modo per rapportarsi alla morte. Non possiamo prescindere da essa. Non possiamo prescindere dalla paura che questa incute. Ma la società cerca di negare, di occultare […]. Il peso del corpo morto. Via. Dimenticare. […] Non credo sia questa la soluzione. Sta invece, forse, proprio nell’immobilità del cadavere, nel suo raffreddarsi e decomporsi e nel rito di passaggio che è la sepoltura». Il tema è forte, e la scelta della commedia sembra andare volutamente controtendenza, quasi una boccata d’ aria fresca nel panorama teatrale torinese, spesso troppo timido nel proporre con coraggio nuove idee e soprattutto nuovi testi.

Vengono stigmatizzate parole come "scomparsa", "perdita", le rituali condoglianze assumono la lapidaria freddezza di un atto dovuto. Ma nel momento in cui alla gestualità fanno spazio le parole, l’ intero impianto crolla sotto i colpi di una comicità stanca e davvero poco ispirata, dove al grottesco si sostituisce il ridicolo. Personaggi come un medico della mutua un po’ schizofrenico che si improvvisa all’ occorrenza anche medico legale e un parroco rigoroso inquisitore alla ricerca di tracce di peccato, non sembrano altro che piccole figure macchiettistiche grossolanamente delineate e poco funzionali in termini di resa scenica.Se a tutto ciò si aggiunge alcuni attori in serata non particolarmente brillante, ecco che ogni buon presupposto rimane tale.

Solo nel finale, dopo una mezz’ ora da dimenticare, la commedia ritrova una maggiore compostezza, con il risveglio di antichi dissapori famigliari tra i figli del defunto. Emergono così le lotte per la competizione, per la supremazia tra i fratelli, per l’ amore del padre, ma anche in questo caso la messa in scena non si sofferma su questi aspetti più intimistici, giungendo ad una facile quanto scontata soluzione, così da approdare il prima possibile all’ ultimo atto di ogni funerale, la sepoltura, in un piatto crescendo di emozioni.

Il gesto finale della protagonista, quel gettare terra giù dal palco, non riesce ad evocare quel senso di anticonformismo e humanitas cercato: non riesce a rappresentare quello schiaffo finale ad ogni forma di convenzionalità di cui la commedia vorrebbe farsi portavoce, risultando di fatto del tutto slegato dal resto della pièce.

D’ altra parte,se è pur vero che con la morte non si scherza, quanto meno ci si può ironizzare, e questa commedia sembra avere tanto il gusto di un’ occasione persa.