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Pinerolo Indialogo

Luglio 2012


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

Con la crisi economica


Di nuovo come Epulone e Lazzaro?

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.7 - Luglio 2012

  C’è qualcosa di impeccabilmente crudele in quello che sta accadendo nell’Europa dell’euro e degli spread. Da un lato la Germania, o meglio una parte prevalente di essa, avendo fatto dei sacrifici (non eroici, ma comunque significativi: i costi della riunificazione e la riforma del welfare voluta da Schroeder) rifiuta di pagare i debiti di chi questi sacrifici non ha voluto praticare.

Dall’altro lato, ci sono le fotografie di molti Greci accovacciati per terra, con in mano un bicchiere di carta a chiedere qualche spicciolo ad altri Greci quasi altrettanto poveri. Saranno pure sacrifici tardivi e coatti, quelli di Atene, ma i dati sono impressionanti: tagli del 25-30% agli stipendi; espulsione di oltre 120.000 individui dal pubblico impiego; riduzione massiccia delle pensioni; disoccupazione giovanile al 51% e globale oltre il 20; ristrutturazione del debito al 73% e conseguente falcidia dei risparmi.

Sorge allora una prima domanda di natura, per così dire, umanitaria: è ammissibile che Epulone, pur dall’alto di una mensa imbandita con i frutti del suo onesto lavoro, lasci ancora morire di fame l’incolpevole Lazzaro? Essa però si scontra con l’antica ripulsa ("sono forse responsabile di mio fratello?") ed è oscurata dalla domanda tecnica, che cosa accadrebbe se la Grecia uscisse dalla moneta unica. Cosicché la controversia futuribile sulle sorti dell’euro rimuove quel che sta intanto accadendo già oggi a molti individui privati della possibilità di una vita dignitosa.

Taluno ipotizza che si voglia verificare sino a che punto può spingersi la compressione del welfare in un Paese ad economia avanzata, senza innescare tensioni sociali eccessive, e quindi rendendolo "competitivo". Altri vi vede una giusta punizione per i conti truccati dai precedenti governi greci e lo scialo da cicala prodotto dalla mentalità spensierata dei mediterranei. Si sta, insomma, delineando il nuovo diritto penale dell’economia, quello che non sanziona gli artefici dei guai, ma le vittime.

Infatti una buona parte dello "scialo" è dovuta al fatto che i titolari dell’unica industria ellenica (turismo a parte), e cioè gli armatori navali, hanno fruito dell’esenzione fiscale per i profitti realizzati grazie a commerci oltre frontiera (cioè quasi tutti) e quindi hanno intascato 175 miliardi di euro di utili "estero-vestiti" senza pagare imposte; pronti, per giunta, a trasferire i cantieri all’estero se questo grazioso regalo venisse meno.

Il peccato delle cicale assume pertanto colorazioni diverse; ma anche la virtù dei predicatori si presta a qualche riserva. La Germania fu sostenuta dal piano Marshall del 1948, sebbene causa della tragedia della guerra. Alla Germania disastrata del 1953 l’accordo di Londra, sottoscritto fra gli altri anche dalla Grecia, concesse una moratoria sul debito di cinque anni e un taglio del 70% sulle scadenze ravvicinate, senza condizioni disumanizzanti come quelle del bicchiere di carta. Ancora la Germania fu la prima, insieme alla Francia nel 2003-2004, a sforare i parametri di Maastricht, e ad essere perdonata da una benevola Corte di Giustizia europea, perché si sa che non si possono condannare i colossi. E il gigantesco surplus della bilancia commerciale tedesca, stimato in 1.302 miliardi di euro, è dovuto per i tre quarti alle esportazioni in altri Paesi dell’eurozona, quelle cicale che diventano benemerite quando acquistano televisori e lavatrici da frau Merkel.

Allora non basta più ripetere "è l’economia, stupido" davanti all’eloquenza del bicchiere di carta in attesa degli spiccioli (situazione che sta diffondendosi anche da noi, accanto alle code alle mense dei poveri). E poiché gli ingegni continuano a cimentarsi solo sullo spread e sugli intrecci finanziari fra le banche, vale la pena (la pena, appunto) di ricordare qualche dato, a conforto della smemoratezza dei tanti Epuloni, che dalla loro tavola rimproverano di aver cantato alle cicale che non hanno voce.