Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



 

Pinerolo Indialogo

Settembre 2012

Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 


  Arte & Architettura


Dopo un viaggio in Turchia

Come crescono i nostri "vicini"

di Michele Francesco Barale

 

Pinerolo Indialogo - Anno 3 - N.9 - Settembre 2012

 Città, città, ancora città. Città che cresce, città nata per essere soltanto dormitorio di una popolazione addetta alle industrie, come grandi falansteri moderni, città che assorbe terreno circostante per accogliere una popolazione sempre maggiore.

Non si tratta né di una previsione condotta da qualche team di ricercatori, né l’unica realtà che ho avuto modo di considerare in Turchia quest’estate. Il viaggio attraverso le città principali della Turchia mi ha però permesso di fare qualche considerazione. A giugno si era parlato di smart cities, non solo in termini di fondi europei stanziati per il loro sviluppo, ma anche come possibilità evolutiva preferibile per una città. La domanda che mi sono posto è stata quanto questo dibattito sia percepito, in termini di azioni attuate sulle città, al di fuori dei confini europei.

Se si fa un’eccezione per Istanbul, una metropoli sviluppata longitudinalmente per 150km, che conta tra i 15 e i 20 milioni di abitanti, che costituisce da sola un caso emblematico difficilmente comparabile con altre città turche, rimane piuttosto interessante analizzare lo sviluppo delle altre grandi città.

L’urbanistica sembra prevedere soprattutto ampliamenti, vale a dire la logica che in Italia è stata condotta fino al secondo conflitto mondiale. Quartieri residenziali però, che vedono la presenza al contempo di pochi servizi, più accentrati, e di moschee che sembrano sollevare un’immagine fortemente orientata ma non altrettanto condivisa.

Si registrano anche segni molto forti: ad Ankara, la capitale che ha visto negli anni ’50 una crescita urbana improntata all’abusivismo edilizio, si sta procedendo alla bonifica edilizia di questi quartieri. Che vengono rasi al suolo e riedificati con edilizia conforme alle normative appositamente per conferire alla città capitale un volto meno sovversivo.

All’esterno di queste città si estendono poi chilometri di strade, poche autostrade, gratuite al Sud ma non al Nord dove il traffico tra le città capitali è più intenso, tutte quante dimezzate temporaneamente nelle dimensioni per poterne raddoppiare la portata. Collegamenti pubblici che si svolgono interamente su gomma, vista la scarsa presenza di treni che colleghino tra loro i grandi centri, principali conglomerati urbani in uno Stato dove l’accentramento sembra giocarla da padrone.

Quanto sono smart queste città? Poco, e a giudicare dalla strada intrapresa dai cantieri aperti in ogni dove, forse anche meno. Perché smart city vuol dire innanzitutto città a misura d’abitante, il primo soggetto coinvolto, che rischia invece di essere sempre più disorientato in città stravolte dalla crescita fuori controllo.