Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Lettere al giornale 

Democrazia diretta 
o democrazia parlamentare?

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 1 - N.1 - ottobre 2010

Nel dibattito politico si assiste da un po’ di anni allo scontro di due idee di democrazia, quella diretta (o plebiscitaria) e quella parlamentare. Qual è quella vera della Repubblica italiana? G.D.

   "Popolo" è una parola-mito, un vocabolo dalle molte immagini.
    Può esprimere la folla dei diseredati del "Terzo potere" di Pelizza da Volpedo, la spinta nobile degli umili, che vedono la storia dal basso e chiedono giustizia. Ma può anche avere per interpreti le tricoteuses che lavorano a maglia sotto la ghigliottina e si compiacciono delle teste dei nobili che cadono, oppure le folle che incendiano i forni o saccheggiano le case o devastano le botteghe degli ebrei.
   Solo nel XX secolo il popolo è diventato sovrano, ed è stato giusto che così fosse, perché per tutto il resto della storia era stato suddito e carne da cannone. La gran parte delle Costituzioni moderne, nate dopo la seconda guerra mondiale, hanno colto appieno le aberrazioni prodotte dalle dittature ed hanno costruito sistemi centrati sul primato della volontà popolare.
   Ma non basta che un soggetto subentri ad un altro nel potere, perché il potere diventi per ciò stesso buono. Il potere tende per sua natura ad espandersi ed a prevaricare. Il popolo, inteso come maggioranza dei cittadini, può opprimere una parte di se stesso né più né meno come il tiranno, ed anche quella parte, la minoranza, è pur essa popolo (così scriveva già Tocqueville nel 1835).
   Poiché al di sopra del popolo non può esserci un potere maggiore, deve essere il popolo stesso a darsi delle regole che lo limiteranno nella sua sovranità. Come Ulisse si fa legare per non indulgere al canto delle sirene, così una Costituzione è il documento che un popolo si dà quando è sobrio, a valere per il caso che in futuro abbia momenti di ebbrezza.
   Per questo la nostra Costituzione, che pure attribuisce al popolo la sovranità, non lo fa in termini assoluti, ma ne modera l’esercizio "nelle forme e nei limiti" che la Carta stessa stabilisce. Al governo degli uomini deve affiancarsi il governo delle regole. La nostra legge fondamentale celebra il popolo, ma ne teme le turbolenze e gli eccessi, quelli che danno vita alla moltitudine dei vari populismi. Gli attribuisce persino la potestà di abrogare le leggi del Parlamento, attraverso il referendum, ma gliela nega nelle materie più delicate e umorali, come le imposte e le amnistie. Gli conferisce la nomina dei suoi rappresentanti, ma non il potere di condizionarli attraverso un vincolo di mandato. Gli riconosce la posizione di vertice, per cui "al di sopra" del popolo non può concepirsi altro potere, ma contro i suoi possibili eccessi gliene colloca altri "al fianco", attraverso un sistema di pesi e contrappesi, tutti egualmente legittimati: i poteri di garanzia. C’è una grande saggezza in questo disegno.
   Oggi è in corso un tentativo assiduo di sovvertire questa architettura, attraverso un ripetuto appello al popolo e ad una pretesa costituzione materiale, che avrebbe ormai soppiantato la Costituzione formale. Ma la tesi non ha fondamento, poiché una Costituzione materiale non esiste se non nelle prassi costanti e condivise con le quali si sono colmati in via di applicazione taluni vuoti della Costituzione formale. E questa disegna innegabilmente una Repubblica parlamentare, e non una repubblica popolare o presidenziale. L’appello al popolo poteva avere una qualche suggestione emotiva quando il popolo rappresentava la quasi totalità dei cittadini e la sua dignità sofferente si contrapponeva alla corruzione ed agli abusi della ristretta oligarchia dominante. Non ne ha più quando il popolo è appena una parte della totalità, e l’appello al medesimo è pretesto per sciogliersi dalle regole, stravolgendo il patto costituzionale.

Elvio Fassone