Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Nuvole sopra i venti 

La scuola e la riforma Gelmini

Basta con la cultura dell'ignoranza

di Fiammetta Bertotto

Pinerolo Indialogo - Anno 6 - N.48 - ottobre 2010

    All’alba dell’anno scolastico, è entrata in vigore la riforma Gelmini. Di là dalle innovazioni (e degenerazioni) cui essa condurrà presto le nostre scuole, è giusto ricordare che il problema dell’istruzione italiana è vivo da più tempo, si mantiene vegeto ed è connesso a premesse molto profonde, che oltrepassano i tagli e le scelte verso cui il Ministro Gelmini si è diretto, ormai sviscerati a destra e manca  e spesso a sproposito.
   Mi sembra quindi maggiormente necessario rimettere al centro del dibattito l’istruzione quale fase imprescindibile della formazione del cittadino. Non va scordato che il primo sguardo consapevole sul mondo viene dalla cultura e non va neppure nascosto che stiamo permettendo che questa verità si consideri superflua, facendo drizzare i capelli a giovani universitari come la sottoscritta. In altre parole, si sente la mancanza di un sapere distaccato da obiettivi economici e semmai strettamente attinente ad ambizioni di crescita personale. Sì, sto tirando in causa proprio quella famosa apertura mentale, legata anche e soprattutto agli studi umanistici, che nei più nobili (forse utopici) progetti per un corretto sviluppo della civiltà umana è considerata elemento irrinunciabile. Tanto per fare un po’ di nomi, lo studio di Filosofia, Storia, Lettere, è oggi messo al bando (o quasi, siamo politically correct). Tale esilio forzato, in un Paese come il nostro, attualmente ancora apprezzato in tutto il mondo giusto perché è qui che nacquero Dante e il Rinascimento (per i non addetti, si parla all’incirca di cinque, sei secoli fa), è a dir poco dissacratorio. Ma si sa, siamo altresì conosciuti per essere un popolo burlone.
   Sì, siamo un popolo burlone che si crogiola nel tentativo di un progresso inarrestabile e ora facciamo i conti con una crisi che ha tutto il sapore dello humour inglese; ma, del resto, non siamo i soli e questa non è la sede per parlarne. Focalizziamoci piuttosto su un’altra crisi, quella da cui sono partita. I modelli educativi, così come sono, non vanno. Frase breve e ad effetto.
   Non celo il pessimismo con cui guardo all’idea di cambiare la situazione decimando le risorse a disposizione (vedi Gelmini), ma le cose sono lo stesso da cambiare. Letteratura e storia forse non sono la panacea, eppure la scuola d’oggi sta dando i suoi frutti e non sono certo frutti di cui vantarsi. Un motivo ci sarà. In questo senso, la vera cura devono essere sia i giovani che i meno giovani: bisogna opporsi alla mentalità diffusa attraverso cui si guarda alla scuola come luogo per posteggiare i figli, ai metodi d’insegnamento obsoleti, ai programmi tanto lunghi quanto poveri di contenuti, che come principale risultato hanno quello di far studiare tutto e comprendere poco. La cultura dell’ignoranza non può essere una scappatoia; si recuperi invece la scuola come luogo collettivo d’accrescimento del pensiero, perché stiamo rendendo povero di futuro un Paese ricco solo più di passato.