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Dialogo tra generazioni

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 Lettere al giornale 

Immigrazione: il dovere di accogliere s'intreccia con la necessità di regolare

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 1 - N.2 - Novembre 2010

La forte immigrazione di persone appartenenti ad altre civiltà e culture, oltre al problema del numero degli arrivi, pone quello dell’integrazione. Qual è il giusto approccio al problema? G.D

   Le grandi ondate migratorie sono una costante della storia. Quando i popoli ritengono insufficienti a sfamarli le terre nelle quali si trovano, o quando li spingono carestie, epidemie, miseria, guerre o persecuzioni, nulla è mai riuscito a fermare questi giganteschi movimenti umani, queste maree contro le quali non esistono dighe. D'altra parte, le ibridazioni di popoli che ne derivano si risolvono poi in un felice contributo all'evoluzione della specie, che dall'intreccio di culture, di razze e di forze trae spunto per l'esplorazione del nuovo e per migliorarsi.
   In direzione contraria gioca però oggi la novità delle migrazioni contemporanee. Mentre fino a ieri i movimenti di popoli si rovesciavano su spazi ampi, su aree poco sfruttate e in parte ancora vergini, sì che era relativamente agevole dirottare l'esubero verso spazi poco antropizzati, oggi la pressione migratoria ha come primo bersaglio l'Europa occidentale, cioè un'area densamente popolata, fortemente strutturata e prossima alla saturazione.
   Il dovere di accogliere, pertanto, si intreccia con la necessità di regolare l'accoglienza, perché oltre un certo volume il contesto sociale ricevente non solo entra in tensione eccessiva al suo interno, ma non può offrire ai migranti quel rispetto minimo dei diritti umani cui essi hanno titolo. Per giunta il peso dell'immigrazione non si rovescia sui quartieri immunizzati dei Parioli o della Crocetta, ma sugli strati più modesti della popolazione locale, e anche questo va considerato.
   Muovendo all'interno di queste coordinate, si devono rifiutare sia la politica brutale ed inutile dei respingimenti alla cieca, sia la politica umanitaria ma insostenibile dell'"entri chi vuole, purché si comporti bene". E' invece necessario individuare quanta immigrazione un territorio può accogliere, e agire per il rigoroso rispetto dei diritti degli accolti.
   Sul come regolare l'afflusso le opinioni sono disparate. Innanzi tutto si conviene, ma raramente si pratica, che il rimedio principale sarebbe quello di sanare o mitigare la sofferenza nei Paesi di origine. Difficile a farsi, non c'è dubbio, ma quando lo si è fatto, ha funzionato: pensiamo all'Albania, nella quale abbiamo investito molto, ma dalla quale il flusso si è ridotto moltissimo nel numero, ed elevato nella qualità. Quindi bisogna tornare a ragionare in questi termini, possibilmente in un contesto europeo.
   Sul piano interno, la necessità di governare gli ingressi, preso atto del fallimento della linea instaurata con la legge Bossi-Fini (secondo la quale entra solo l'extra-comunitario che dimostra di essere titolare di un contratto di lavoro) porta ad un ritorno, e se del caso ad un ampliamento della formula dell'ingresso con garante, introdotto sin dal 1998 dalla legge Turco-Napolitano. Di qui, un intenso sforzo di formazione già nello Stato d'origine, coltivato anche con il nostro contributo e orientato ai reali fabbisogni del nostro Paese; un'ammissione, per così dire, "a punti", sulla base delle competenze professionali e della conoscenza del nostro sistema; un più rigoroso rispetto del diritto di asilo, quando sussiste.
   Il tutto combinato con una reale politica di integrazione. Maggiori diritti per l'immigrato; cittadinanza più agevolmente ottenibile; "ius soli" per i figli nati qui; assenza di discriminazioni nell'accesso a servizi essenziali. E soprattutto un supplemento di generosità collettiva, che potrà tradursi in una sorta di patto stipulato fra le comunità locali e le comunità straniere. Le prime impegnate ad un'attenta vigilanza per il rispetto dei diritti degli immigrati (sui cantieri di lavoro, sull'affitto degli alloggi, sull'accesso ai servizi); le seconde impegnate a farsi promotrici al loro interno dell'esigenza di rispettare le leggi e le consuetudini del Paese ospitante. In alcune città l'esperienza è stata avviata e funziona.