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Dialogo tra generazioni

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 Officine del suono 

I gruppi emergenti del Pinerolese

Le "Officine Lumiere"

di Mario Rivoiro
Blind Luck Records

Pinerolo Informa - Anno 1 - N.2 - Novembre 2010

  Le Officine Lumiere sono un’altra realtà del pinerolese composta da alcuni interessanti ingredienti come la poesia, le parole ricercate, l’elettronica, il rock, la dance ed il reggae.

Molto interessante è l’approccio che hanno nel lavorare i brani ed i testi, e l’accostamento che fanno ai fratelli Lumiere. Il loro primo disco, Cali di serotonina, è uscito l’anno scorso e lo si può acquistare anche su www.officinelumiere.it.

Chi siete e da che storie arrivate?

Le Officine Lumière nascono nel 2006 da un’idea di Ones (Marco Ughetto), con la collaborazione di Nicola Giordano, Marco Allaix e David Giai Checco. Nel tempo poi si sono aggiunti Zorro, (Diego Bourcet) e Pika (Alessio Bourcet), rispettivamente alle percussioni e alle tastiere, e così si è formata la line-up attuale. Quasi tutti arriviamo da lunghe esperienze in varie cover band, alcune delle quali ci avevano già accomunati in passato e con le quali abbiamo avuto modo di toccare repertori variegati, dal rock italiano al rhythm n blues, alla dance.

Com’è nato il nome del gruppo

Ci piaceva l’idea dell’officina come luogo fisico in cui si produce, in cui si lavora alacremente per realizzare qualcosa di concreto a partire da materiali grezzi. Ci sentiamo un po’ membri di un laboratorio permanente in cui prendono corpo delle idee e si trasformano in canzoni. L’accostamento con i fratelli Lumière nasce intanto da un facile riferimento a quello che è stato uno dei primi corti realizzati nella storia, e forse anche uno dei più famosi, che si intitolava proprio "L’Uscita degli Operai dalle Officine Lumière". Ma è l’accezione pionieristica che si porta dietro il marchio Lumière che ci interessava sottolineare, che vuole rispecchiare il nostro incessante tentativo di realizzare qualcosa che ancora nessuno ha fatto, o che nessuno ha fatto in questo modo.

Che cosa raccontano le vostre canzoni, storie reali o meno?

Più che delle storie, le nostre canzoni sembrano delle riflessioni, dei pensieri, frasi che riflettono filosofie spicciole legate alla quotidianità. E’ chiaro che ci sono sempre riferimenti autobiografici, è impossibile che non sia così, ma non c’è una vera e propria struttura narrativa, o personaggi che metonimicamente rappresentino il nostro pensiero.

Quali sono i gruppi di riferimento?

Ognuno di noi ha esperienze di ascolto estremamente differenziate che poi si riflettono inevitabilmente negli arrangiamenti delle canzoni. Tra gli elementi più evidenti della nostra musica forse emergono il lavoro sui testi e la forte presenza di suoni elettronici.

Come si può definire il vostro genere?

Fin da quando siamo nati ci siamo posti questa domanda, e soprattutto nel tempo abbiamo mutato più volte la risposta. Credo sia difficile etichettarci. Le nostre melodie sono piuttosto orecchiabili e questo ci avvicina al pop, caratteristica amplificata da un passato musicale molto vicino alla dance di molti di noi. Ma i testi, che fanno uso di parole a volte anche forzatamente ricercate al limite dello sperimentalismo, esulano dalla facilità di ascolto tipica della musica commerciale. E anche i suoni, che a volte si fanno piuttosto duri, e che ultimamente si accompagnano con una certa frequenza a inserti di tempi dispari tipici del progressive non fanno altro che evidenziare un approccio marcatamente rock.

Cosa vi aspettate in futuro dalla musica, o meglio come, secondo voi sarà l’evoluzione dal momento che non si vendono più dischi?

Siamo probabilmente in un momento di svolta epocale. Internet sta cambiando le nostre vite, non solo la musica. E’ inevitabile che le influenze della rete, sia per le possibilità promozionali, sia per quanto riguarda la distribuzione, saranno fondamentali per ridefinire gli scenari dei prossimi anni. Il futuro è sicuramente nel formato digitale, anche se su questo argomento potremmo aprire infinite discussioni.