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Dialogo tra generazioni

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 Arte&Spettacolo 

I Fuori di Teatro al loro quarto spettacolo

Congedando Godò

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 1 - N.3 - Dicembre 2010

   "Non c’è niente di più comico dell’infelicità", ci ricorda Samuel Beckett in Finale di partita.

Sembra la battuta più adatta per inquadrare "L’ecole des femmes" di Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, e spiegare il perché, quasi tre secoli e mezzo dopo la sua prima rappresentazione, sia ancora un testo pieno di vita, di energia dissacratoria, di volgarità costruens e in particolare della strisciante infelicità e della rovina del suo protagonista, quell’Arnolphe proclamatosi ridicolmente Signore del Ceppo.

Walter Malosti, regista poliedrico e attore sopraffino nel ruolo principale, riesce a mantenere La scuola delle mogli la "lucida e oscura provocazione" di cui parlava Cesare Garboli a proposito dell’opera di Molière: non si limita a tradurre, ma ricrea il testo in italiano, incentrando tutto sulla contaminazione. Un’integrazione di generi musicali (da Non arrossire di Gaber a Giuseppe Verdi, passando per l’hip-hop), di scenografie simboliche e inserite alla perfezione in un meccanismo simile alle lancette di un orologio, ma soprattutto di una lingua a metà fra il grammelot e il francese maccheronico, in un potente flusso di rime che rispetta il verso alessandrino originale e i suoi giochi sonori e consolida la vis comica di una farsa con la quale "se non si fa ridere, si fallisce", parola del regista.

Una banale e scontata storia di corna (ai limiti del kitsch il cervo imbalsamato in scena) riesce così a trasformarsi in complesso archetipo del rapporto uomo-donna e trova il suo momento più emblematico e celebre nella declamazione delle "massime per essere una buona moglie", dove la volgarità del pensiero maschile si trasfigura per Malosti in una donna con un libro come copricapo, seminuda e discinta negli atteggiamenti. Una provocazione forse eccessivamente semplicistica nella sua antifrasi (e nemmeno così originale), ma che sicuramente non lascia indifferente gli spettatori.

Apparentemente banale e statica è anche la storia del Godot di Beckett, dove due uomini senza tempo né storia, barboni esistenziali, aspettano che arrivi un certo signor Godot. Si aspetta e basta, senza sapere perché. E se invece Godot non solo fosse arrivato, ma addirittura non volesse più andarsene?

È la sfida teatrale che i ragazzi della compagnia I Fuori di Teatro intendono portare in scena con il loro nuovo spettacolo: "Congedando Godò", il 5 dicembre a Bricherasio (Sala Polivalente) e il 12 dicembre a Pinerolo (Sala Concerti Italo Tajo), è un’opera in due parti che unisce letture sceniche di brani scelti da "Aspettando Godot" di Samuel Beckett alla rappresentazione di un testo inedito, "Congedando Godò" di Amalia Sularizio, che parte dal ribaltamento dell’idea beckettiana, dove Godò in questo caso, invece di essere atteso invano, non vuole andare via dalla scena, cercando a tutti i costi di non essere congedato. Una sfida al senso e alla sua ricerca, in un incrocio ideale ed ideologico tra il capolavoro del Nobel irlandese e il suo carico di tragedia e complessità novecentesca e un atto unico basato sull’assurdo puro, tra la solitudine e il non-luogo, tra l’eterna attesa e l’impossibilità di andarsene.