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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2011


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

Il governo dei tecnici


Ferita alla democrazia o evoluzione?

 

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.12 - Dicembre 2011

  Nel recente dibattito sulla fiducia in Senato Anna Finocchiaro ha rigettato la visione del governo Monti come un "algido governo di àristoi". Tuttavia in questo momento politico, e soprattutto parlamentare, la formazione del nuovo governo ha evidenziato nettamente lo iato tra politica e competenza. Secondo Lei una diversa legge elettorale basterebbe a riconciliare questi due aspetti, o almeno essere un punto di partenza per una nuova classe dirigente? (M.Allasia)

Non c’è dubbio che la nascita e la qualità del governo in carica rappresentino un grosso punto di domanda sul futuro della democrazia come l’abbiamo interpretata sino ad ora.

Gli "aristoi", lo sappiamo, sono gli "ottimati", i "buoni" in senso superlativo. Sono le persone competenti, dotate di cultura e di senso di responsabilità, fornite di pensiero strategico e di percezione della complessità. Sono quelli che Platone, profondo avversario della democrazia, avrebbe voluto che fossero chiamati a governare le sorti della città. Egli riteneva che il governo del popolo fosse una cosa negativa, poiché il popolo si mette nelle mani di chi sa blandirlo, e quindi genera fatalmente il despota. Aristotele invece riteneva che la miglior forma di governo dovesse combinare la rappresentatività con la competenza, e quindi auspicava l’interazione del popolo con i saggi, cioè un mix di democrazia e di aristocrazia.

Su questa via, nella ricerca del meglio per governare, tra l’uno i pochi e la totalità, si è snodato il dibattito per secoli, senza vincitori definitivi. Solo il XX secolo, straziato da due guerre mondiali causate dalle oligarchie e dalle dittature, ha optato senza più incertezze per la democrazia, cioè per la sovranità del popolo, unica entità che non conosce sudditi: e non v’è dubbio che questa scelta e questa conquista debbano essere difese. Ma l’irrevocabilità non significa immutabilità, e l’attuale governo dei tecnici riapre la discussione.

Già da trent’anni pensatori e filosofi come Bobbio hanno preso coscienza della "promesse non mantenute" della democrazia: l’apatia ed il progressivo disimpegno dei cittadini; la crescente complessità dei problemi, che esige conoscenze e maturità non da tutti; il diffondersi del voto di scambio, che soffoca il voto di opinione; il formarsi di un ceto di politici di professione, che alimenta l’antipolitica; il fatto che i politici devono nutrirsi di consenso, e il consenso non si ottiene con scelte impopolari, che invece spesso sono necessarie; il deteriorarsi della qualità dei rappresentanti, proprio per l’esigenza di candidare persone capaci di portare voti più che competenze (è significativo che la Costituzione preveda l’istituto dei senatori a vita, cioè di persone dotate di "meriti insigni", che però, se partecipassero ad una competizione elettorale, probabilmente non sarebbero elette).

Infine gli anni alle nostre spalle hanno visto il trionfo di quello che è stato definito "l’ospite scomodo della democrazia", e cioè il populismo, la libera uscita dell’incultura esibita, della volgarità, della rozzezza e dell’egoismo, giustificati dalla certezza che "così ragiona la gente". La democrazia, purtroppo, sconta il paradosso del dover chiedere a tutti le virtù che sono di pochi; e siccome, al contrario, l’uomo è "un legno storto" (Kant), i rappresentanti riflettono inevitabilmente i rappresentati.

Il momento presente deve indurci a riflettere non solo su come ridurre lo spread e come distribuire i sacrifici secondo equità (cosa sacrosanta), ma anche su come far evolvere la democrazia, prima che il suo smottamento produca involuzioni totalitarie. Alla domanda se la modifica della legge elettorale risolverebbe la questione, rispondo che, a mio giudizio, essa sarebbe una condizione necessaria, ma non sufficiente. Non c’è nessuna garanzia che le persone "elette", anziché "designate" dai partiti, siano le migliori; né alcuna certezza che i rappresentanti, affamati di consenso, sappiano assumere decisioni necessarie ma impopolari (la prima riforma delle pensioni, invocata inutilmente da tempo, fu realizzata dal governo Dini, nel 1995, costituito anch’esso in gran parte da tecnici).

Solo una profonda rivisitazione del concetto di governo (sulla scia di Aristotele) potrebbe forse costituire la prossima tappa dell’evoluzione democratica. Ma il discorso si amplierebbe troppo.