Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 




Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

Per risolvere il lavoro precario

Rivedere la disciplina del lavoro

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.1 - Gennaio 2011

   L’enorme diffusione del lavoro precario fa sì che un’intera generazione oggi sia privata della possibilità di progettare il proprio futuro. Che cosa si può fare per contrastare questa "perdita di speranza" che colpisce soprattutto i giovani?

   La risposta corrente è "si può fare ben poco: la globalizzazione ha le sue leggi, la flessibilità è necessaria, bisogna abbandonare il mito del posto fisso, è necessario darsi da fare", e altre perle di saggezza, profuse in genere da chi vive tranquillo e gode di buone sicurezze.
  
Come in ogni problema apparentemente insolubile, la soluzione c’è, ma ha dei costi. E fin che non si prende piena coscienza che il lasciar marcire il problema ha dei costi ancora più tragici, si rimane nel campo della rassegnazione, salvo poi constatare che si è passati in quello delle rivolte. Oggi lo spreco del talento dei giovani, la perdita delle energie creative di un’intera generazione, il senso del provvisorio che si trasferisce dal lavoro ai sentimenti, alla sfiducia nei valori, all’apatia sociale, tutto questo ha un costo tale che nessun sacrificio economico è troppo elevato, e nessuna inerzia politica è giustificata.
  
Che cosa si può fare, allora? Bisogna entrare col bisturi nella disciplina del rapporto di lavoro. Per cominciare, si deve rendere non conveniente il contratto a termine. Oggi i 4/5 delle nuove assunzioni sono a tempo determinato anzitutto perché costano meno: i contributi sono più contenuti (l’aliquota è del 24,7% contro il 31,5%), lo stato di necessità di chi chiede un lavoro permette di corrispondere stipendi di fame, le garanzie accessorie (ferie, malattia, maternità e altro) sono pressoché inesistenti.
   Dunque, occorre per intanto aumentare il peso dei contributi sui lavori a termine e su quelli parasubordinati. Poi bisogna escludere da ogni agevolazione (sgravi, credito, finanziamenti) le imprese che adottano quelle tipologie oltre una certa percentuale, e favorire quelle che non le praticano, o le praticano in misura molto contenuta. Inoltre si deve stabilire che oltre una certa replica (ad esempio dopo due rinnovi a termine) il contratto diventa automaticamente a tempo indeterminato. Ancora meglio se si stabilisce con legge un modello unico di contratto di lavoro subordinato, che sia a tempo indeterminato, con garanzie progressive, modeste all’ingresso e nel periodo di prova, crescenti col tempo. E stabilire delle eccezioni ragionevoli, nelle quali si può assumere a termine, ma nelle quali la retribuzione non possa essere inferiore ad un livello determinato, pena anche qui la conversione in contratto a tempo indeterminato.
  
Infine occorre affrontare la scelta più coraggiosa. Il secondo motivo per cui l’impresa preferisce il contratto a termine è che con esso non deve affrontare i problemi del licenziamento, in quanto basta non rinnovarlo alla scadenza. Orbene, è giusto andare incontro alle esigenze dell’impresa, quando il licenziamento avviene per motivi economici o di organizzazione (non quando è dovuto a motivi personali), chiedendo però in cambio l’istituzione di un fondo al quale contribuiscono sia lo Stato sia il mondo dell’impresa. Tale fondo accompagnerebbe il lavoratore che ha perso il lavoro sino al reperimento di un’altra occupazione di pari livello, mediante la corresponsione di una retribuzione decorosa e l’offerta obbligatoria di una formazione professionale di buona qualità per potersi mantenere nel mercato del lavoro. La novità rispetto agli attuali ammortizzatori sta nel fatto che l’impresa sarebbe direttamente coinvolta nel peso economico della transizione dal lavoro perso a quello nuovo, e quindi ci sarebbe un interesse a porre termine al più presto alla inoccupazione, molto più efficace di oggi.
  
Sono rimedi che richiedono risorse ingenti: ma è molto più costoso sgretolare il capitale umano di una generazione che altrimenti diventa "invisibile", frustrata e - ora lo vediamo - ribelle. E poi, diciamo l’altra verità: in questi ultimi anni la ricchezza complessiva si è polarizzata a favore di un ceto sociale a danno dell’altro, quindi è intrinsecamente giusto operare una redistribuzione, attraverso un sistema tributario che raccolga le risorse là dove si sono accumulate. Vi saranno reazioni e contrasti: ma il compito della politica è appunto questo, non quello di predicare rassegnazione, o peggio clientelismo e cinismo.