Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Lettere al giornale 

150 anni dall'unità d'Italia

Recuperare l'ethos che la ispirò 

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.2 - Febbraio 2011

   Stanno avviandosi le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Quale senso dare a questo evento?

   E’ vero, stiamo commemorando il 150° anniversario dell’unità dell’Italia. Ma, sotto la buccia della retorica, è doveroso chiedersi: siamo davvero uniti? intorno a quale realtà? Spetta agli storici dire che cosa ha caratterizzato il Risorgimento, nel bene e nel male. Ma tocca a noi chiederci se, celebrando un’unità, c’è davvero qualche cosa che ci unisce.

La risposta non è confortante. Non siamo uniti intorno ai modi secondo i quali questa unità si è compiuta: per gli uni fu un errore, per altri una prepotenza, per tanti un motivo di rancore reciproco. Non siamo uniti intorno alla religione: i credenti veri sono una minoranza; altre religioni si affacciano con dinamiche di forte espansione; l’unità cristiana della società civile è un ricordo.

Non ci lega una "koiné" culturale, quella per cui tutti o quasi tutti hanno un patrimonio di riferimenti condiviso, possono parlare di nomi e di fatti sapendo che l’interlocutore ha le stesse conoscenze, e gli stessi orientamenti di senso.

Non siamo uniti intorno alla lingua, sconciata nei dialetti televisivi e nell’anglofonia alla moda. Non intorno alla nostra storia, raramente condivisa, raramente apprezzata. Non intorno alle istituzioni, usate e non servite da chi se ne vuol fare veicolo di successo personale. Non intorno ad un ethos condiviso, poiché quello imperante ha i caratteri del "grande fratello", del successo, dell’invidia per l’harem, o del "che male c’é?"

Allora quale unità? E’ sorprendente quanto questo 2011 sia diverso dall’altra celebrazione, quella del centenario nel 1961. Allora l’Italia stava affacciandosi al boom dopo essersi risollevata dalle macerie e dalla desolazione della guerra; stava adoperandosi per realizzare le grandi direttive della Costituzione, prima congelata, ed ora operante; stava offrendo al mondo un’immagine di sé vitale e generosa, quella di un popolo - come disse J.F.Kennedy - che rappresentava l’esperienza più incoraggiante del dopoguerra, e poteva fungere da riferimento per un nuovo Risorgimento internazionale.

Questo era allora. Che cosa è cambiato per trasformarci in un Paese diviso e rancoroso, apatico e cinico, impaurito e rassegnato? Che cosa può sollevarci da questa abulia, che ci ha trasformati da cittadini-soci in monadi egoiste?

Due indicazioni ci aiutano. Mentre tutte le istituzioni raccolgono un pauroso discredito da parte dei cittadini, una si salva: quella del presidente della Repubblica, garante della Costituzione e dell’unità nazionale. In lui i più credono. E mentre tutto gronda apatia e scetticismo, una data si sottrae al disinteresse: quella domenica del giugno del 2006, nella quale una marea di cittadini si recò alle urne, nonostante l’invito ad andare al mare, per difendere, appunto, la nostra Costituzione dallo stravolgimento cui la voleva sottoporre la riforma dei c.d. quattro saggi della baita di Lorenzago.

Io non riesco a pensare, per risollevarci e per ritrovarci, a cosa più concreta di quel documento che catalizzò le energie del dopoguerra, le volontà di uomini vinti, e le trasformò nel progetto di vincitori: la Costituzione. Non per farne un feticcio, ma per recuperare un poco di quell’ethos che la ispirò, e che per almeno 30 anni riuscì a mobilitare energie morali collettive.

Se questo 2011 può ricostruire un embrione di unità, deve essere quella di un patriottismo costituzionale. Riscoprire il senso della solidarietà, e saper accettare qualche sacrificio per essa. Riportare al centro la tutela della persona, anche quelle così destrutturate da essere ansiose di vendersi senza percepirne il disvalore. Riaffermare l’inviolabilità dei diritti: anche dei nuovi cittadini, gli immigrati; anche dei lavoratori, spossessati delle loro conquiste; anche degli "invisibili", privi di peso e di voce. Costruire una nuova immagine del potere, che non sia abuso e vergogna, ma guardi ai cittadini, e agisca per elevarli. Avere un’idea di futuro, che non sia solo l’oggi spostato di 24 ore.