Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 

Un "mestiere" in aumento nel territorio

Educatori per lavoro e per vocazione

Si ha a che fare sia con l'agio che con il disagio

di Valentina Voglino 

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.2 - Febbraio 2011

   Li vedi passare di tanto in tanto sotto i portici, o seduti in un bar a prendere un caffè. Con loro, spesso, un gruppo di adulti un po’ eccentrici o dei bambini scalmanati; lavorano però anche in ospedale, nelle scuole,nelle ASL, fianco a fianco con gli assistenti sociali, per progetti di vario genere ed entità.

Hanno studiato, fanno il loro lavoro con un’innata passione, tanta pazienza, e spesso, hanno tanti punti interrogativi sopra la testa.

Spesso quando dicono il mestiere che fanno, vedono spuntare facce perplesse e stupite. La gente non sa chi sono e cosa fanno e nella peggiore delle ipotesi, come risposta ricevono: "Poverino!!!".

Ma ci sono abituati, fanno spallucce e continuano per la loro strada. Sono educatori!

Per fare questo mestiere servono una preparazione e una formazione che non si limitino solo allo studio accademico. È necessario fare un percorso di tirocinio e di formazione "sul campo" perchè ciò consente alla persona di imparare a saper essere e saper fare compensando quanto è ricavabile dalle metodologie didattiche tradizionali.

Cercando sul vocabolario, salta agli occhi questa definizione: "Si definisce educatore colui che realizza un’azione educativa ovvero che contribuisce alla crescita umana della persona".

Ma cos’è un’azione educativa? Educare significa "tirare fuori", mentre insegnare significa "mettere dentro". Se volete fare arrabbiare un educatore, chiamatelo maestro o peggio: animatore!

Conoscendo e chiacchierando con alcuni educatori che operano sul territorio pinerolese abbiamo cercato di farci un’idea riguardo al mondo in cui lavorano.

Il mestiere dell’educatore passa dal lavoro in asilo, al lavoro con minori in forti difficoltà familiari e sociali; dalla comunità di recupero per tossicodipendenti; alle strutture manicomiali; dalla disabilità alla senilità.

È un lavoro che ha a che fare sia con l’agio che con il disagio e in linea di massima, in qualsiasi settore si operi, si tratta di accompagnare l’utente nell’accettazione della sua difficoltà e trovare insieme con lui il metodo per lui migliore per poter vivere in questa società in modo positivo e costruttivo.

La distinzione fra agio e disagio è fondamentale per capire di cosa si tratti.

Secondo l’OMS l’agio è una condizione di pieno benessere psicofisico e sociale. La parte difficile da ottenere è ovviamente quella sociale, poiché è difficile stare bene senza farsi carico dei problemi sociali esistenti e, ovviamente, bisogna tendere all’agio ampio, non solo individuale, poiché è chiaro che non si può star bene da soli. Il benessere va condiviso, poiché tutto è basato sulle relazioni.

Gli educatori che lavorano con l’agio fanno un lavoro di prevenzione: spesso lavorano con i minori, in situazioni famigliari estremamente complicate e dove la tutela del bambino è la massima priorità. Lavorando sull’agio cercano in tutti i modi di prevenire la comparsa del suo opposto per mano di droga, microcriminalità o tante altre variabili che non si immaginano nemmeno.

E che cos’è il disagio? È mancata accoglienza, sessualità inespressa o espressa male, aspettative frustrate o diversità non accettata. Si sente a disagio il migrante non accolto, il disabile davanti ad una barriera architettonica, il ragazzino vittima dei bulli.

Il lavoro dell’educatore è da fare senza pregiudizi di sorta, attenti ai bisogni e alle difficoltà di chi ti sta davanti, soprattutto ascoltando, senza mai la pretesa di dover insegnare.

Tale lavoro è fatto anche di progetti specifici per ogni singolo utente, di programmi e di attività. Tutti aspetti importanti, ma importante è soprattutto stabilire una buona relazione e una conoscenza della persona che si ha davanti.

Spesso l’educatore si trova davanti ad un alto tasso di frustrazione, poiché l’impegno, l’investimento, il tempo e la fatica che si dedicano ad un particolare caso o ad un progetto, non finiscono sempre bene: talvolta il tossicodipendente ricomincia a drogarsi, o il tanto agognato lavoro per un utente psichiatrico non va a buon fine. Spesso è così e la sensazione è sempre la solita: rabbia, senso di impotenza, smarrimento.

Poi, però, molto poco poeticamente, e molto più concretamente, ci si rimbocca le maniche e si ricomincia una nuova esaltante avventura.

Sono gli educatori!