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Dialogo tra generazioni

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Intervista a Michela Paschetto

In Afghanistan con Emergency

di Michele Barbero

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.3 - Marzo 2011

Michela Paschetto, infermiera originaria di Prarostino, lavora con Emergency in Afghanistan.
Quante strutture di Emergency ci sono in Afghanistan e in quali hai lavorato?
I centri principali sono tre: il primo è stato realizzato nel ‘99 ad Anabah, in Panshir, seguito da altri due ospedali a Kabul e nell’Helmand, a Lashkar-gah. C’è poi una rete di punti di primo soccorso. Io sono stata per un certo periodo nell’Helmand, mentre ora sono responsabile medico dell’ospedale di Anabah.

Cosa ci puoi dire del conflitto che si sta svolgendo laggiù?
Nell’Helmand, dove sono in corso i principali scontri tra anglo-americani e le forze talebane, quella cui ho assistito è una guerra nel pieno senso della parola. Una guerra feroce, che colpisce in primo luogo i civili: il 50% dei feriti che vengono ricoverati a Lashkar-gah sono bambini. Vittime delle violenze dall’una e dall’altra parte, e soprattutto dei bombardamenti. È davvero incredibile vedere arrivare così tante persone in condizioni così disastrose. La domanda che sorge spontanea è: com’è possibile che vengano fatte loro queste cose? In Panshir le cose vanno diversamente, la situazione è tranquilla. Ma lì si ha la possibilità di osservare più a freddo le conseguenze della guerra: i mutilati, la miseria, la malnutrizione, l’assenza dei servizi più elementari.

Come si svolge la tua vita quotidiana in Afghanistan?
A Lashkar-gah, per motivi di sicurezza, non frequentavo luoghi diversi dall’ospedale e dagli alloggiamenti a poche centinaia di metri. Non mi sono mai sentita veramente in pericolo, anche perché il paese e l’ospedale si trovano all’interno di una sorta di "cordone" formato dalle forze internazionali; ma comunque si conviveva giorno dopo giorno con la guerra: il brusio costante delle scariche di armi da fuoco e dei bombardamenti diventa, alla lunga, tristemente familiare.
Ad Anabah abbiamo più libertà di movimento. Ma, beninteso, non ci sono grandi posti dove andare: dalle sei del pomeriggio va via l’elettricità!

Ti trovavi a Lashkar-gah quando i tre operatori italiani sono stati arrestati dai militari afghani, nell’aprile 2010?
Sì. A seguito di un allarme tutto il personale non locale era stato evacuato dall’ospedale. A un certo punto ci è stato detto che nella struttura c’erano membri delle forze di sicurezza, che perquisivano e facevano domande. È a quel punto che i tre operatori sono tornati sul posto per vedere cosa stava succedendo, e sono stati arrestati. È chiaro che l’accusa di voler organizzare un attentato contro il governatore della provincia non ha alcun senso. Quanto alle armi che sono state trovate all’interno dell’edificio, non dev’essere stato difficile introdurle ad hoc: non abbiamo alcun tipo di sorveglianza armata che controlli chi entra ed esce. Evidentemente la nostra attività, in particolare il fatto che cerchiamo di far sapere quello che si sta verificando nelle zone in cui opera Emergency, ha dato fastidio a qualcuno.

Qual è il vostro rapporto con la gente?
Ottimo. Gli afghani si fidano di noi, ci rispettano per quello che facciamo. Inoltre, sono un popolo davvero affascinante: nonostante la tragedia di cui sono vittime, riescono ad essere molto più allegri e divertenti degli italiani. Ma decenni di guerra ininterrotta li hanno portati a ragionare giorno per giorno, senza alcuna prospettiva di lungo periodo.