Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Primo piano - Lettera al giornale


C'è bisogno di un'idea guida che orienti verso il futuro

Riallineare la sorte degli uomini

«I bisogni reali insoddisfatti e le folle dei senza lavoro»

di Elvio Fassone 

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.3 - Marzo 2011

   D.- La crisi ha demolito, o almeno molto ridimensionato, il mito del libero mercato come soluzione di ogni problema. Si lamenta, però, che a questo punto la politica non è più ispirata da alcuna linea-guida che possa orientarci per il futuro. E’ davvero così?

 

   E’ difficile dire che cosa si intenda per idea-guida, una volta cadute le ideologie che le alimentavano. Penso che con questo termine si debba avere riguardo ad una certa idea di futuro, che sia fondata sull’osservazione critica di ciò che esiste, e che sia sufficientemente fornita di eticità per mobilitare le persone e convincerle che il futuro può essere orientato in funzione di quella.

Che cosa ci dice l’osservazione?

Innanzi tutto ci pone davanti alla constatazione che il mondo nella sua globalità ha imboccato la strada della perequazione. Per secoli l’Occidente ha convogliato su di sé la ricchezza, l’invenzione e il benessere, a scapito delle altre parti del pianeta: lo ha fatto con la schiavitù, con l’imposizione dei rapporti di scambio tra le merci, con le politiche monetarie, con i prestiti soffocanti, con l’appropriazione delle materie prime e delle fonti di energia, e in mille altri modi. Oggi il resto del pianeta vuole recuperare su tutti i fronti, drenando ricchezza in direzione contraria. Questo riequilibrio ha la forza della storia, la spinta della giustizia, l’energia della loro maggior capacità di sacrificarsi, l’ineluttabilità dei vasi comunicanti.

L’epilogo di questo movimento tellurico è che dobbiamo adattarci a cedere parte del nostro benessere. Ne abbiamo molto, e non è una tragedia. Il punto è come distribuire questo sacrificio. Noi lo stiamo facendo in modo sbagliato. Lo facciamo smantellando a poco a poco le conquiste sociali con le quali abbiamo cercato di umanizzare l’altra grande rivoluzione di un secolo fa, quella dell’industrializzazione e del fecondo compromesso tra capitalismo e socialdemocrazia. Lo facciamo demolendo lo stato sociale e polarizzando la nostra ricchezza sulla parte alta della piramide sociale. Infatti cresce il prodotto interno, sia pure di poco, ma aumenta anche la povertà, cioè il numero di coloro che stanno sotto la soglia del benessere, o la sfiorano scendendo nella scala sociale. E sono sempre più scarse le risorse per il sostegno alle situazioni di difficoltà, gli operai salgono sulle gru, si allungano le file davanti alle istituzioni di assistenza.

Allora la prima idea-guida scaturisce proprio dal principio dei vasi comunicanti. E’ fatale che il riequilibrio planetario sposti ricchezza e benessere a danno nostro; ma è necessario che anche all’interno dell’occidente, destinato a patire lo scorrimento, questo avvenga secondo lo stesso principio, e quindi che il sacrificio non sia scaricato sui più deboli di questa parte del mondo, ma sia sopportato principalmente da coloro che hanno più beneficiato della rendita storica oggi chiamata al rendiconto.

I corollari, come è intuitivo, discendono a cascata. L’idea-guida non può essere quella ammiccante del "non mettere le mani nelle tasche dei cittadini", ma quella del collocarsi nel solco della grande perequazione globale, recuperando, su scala planetaria e su tempi generazionali, l’intuizione dell’anno giubilare, che ogni 50 anni riallineava le sorti degli uomini, resi ineguali dalle vicende della vita (v. Levitico, 25,8 ).

C’è poi una seconda idea-guida. L’epilogo della grande crisi è stato ed è una gigantesca ristrutturazione del mondo della produzione, a scapito del lavoro. La ripresa, ammesso che ci sia, è in ogni caso una jobless recovery, una ripartenza senza lavoro. Abbiamo risanato le banche, le principali colpevoli del trauma; abbiamo spostato il loro debito privato sul debito pubblico, castrando il futuro e chi ci dovrà vivere; abbiamo curato la crisi da sovra-produzione mandando a casa un bel po’ di produttori. Abbiamo cioè usato come medicina la stessa ricetta che ha causato la malattia.

Questa prospettiva non regge, per una considerazione elementare. Il progresso scientifico-tecnologico permette di produrre la stessa quantità di beni con un sempre minor numero di lavoratori. Si scrive aumento di produttività, si legge disoccupazione strutturale. Pertanto, per mantenere un passabile livello di occupazione, l’apparato ha bisogno di produrre un volume sempre crescente di beni. Ma la crescita illimitata non è concepibile, per molte ragioni: perché sono limitate le risorse da trasformare in beni; perché la polarizzazione della ricchezza svuota i borsellini, sicché ci sono i prodotti ma non i compratori; perché non ha senso sollecitare dei bisogni artificiali per collocare quei beni, quando vi sono molti bisogni reali insoddisfatti; perché comunque si perviene all’esubero e quindi alla categoria degli "inutili", con quel segue in termini di degrado sociale.

Allora l’altra idea-guida è quella di realizzare il matrimonio che attende da tempo.

Da una parte ci sono i milioni di non occupati che aspettano chi li venga a chiamare per un lavoro. Dall’altra parte ci sono gli innumerevoli lavori che attendono una manodopera che non c’è: le scuole da bonificare, gli acquedotti da risanare, le colline che smottano, i fiumi che esondano, i treni dei pendolari, l’istruzione da diffondere, i posti letto insufficienti, le opere d’arte da tutelare, gli anziani da rispettare, la ricerca che langue, l’accompagnamento delle situazioni umane in difficoltà. Una vigna sterminata senza operai, che non riesce ad accogliere la folla immensa degli operai senza lavoro.

Bisogna farli incontrare. Bisogna dirottare l’aumento di produttività, offerto dalla scienza e dalla tecnica, non sull’incremento dei beni materiali, ma sulla produzione dei beni immateriali di cui siamo poveri. Il costo non sarà il mercato a soddisfarlo, ma la politica: non con il debito accollato al domani, ma ancora una volta con la perequazione, richiesta a chi ha avuto più vantaggi dall’oggi.