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Dialogo tra generazioni

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 Arte&Spettacolo 

A teatro nel Pinerolese

La malattia della famiglia M.

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.5 - Maggio 2011

  Se purtroppo come Italiani ci stiamo abituando ad essere etichettati, tra le altre cose, come pessimi lettori, forse non siamo ancora consapevoli di essere anche un pessimo pubblico. Secondo l’ultimo rapporto Eurostat (2011) sui consumi culturali degli Europei, appena il 46% degli Italiani è andato al cinema almeno una volta nell’ultimo anno (in testa gli Islandesi con il 70%) e solamente il 30% ha assistito a uno spettacolo dal vivo (contro il 76% degli Islandesi), dato in cui sono compresi anche gli spettacoli teatrali.

Abbiamo notato in passato su queste pagine come talvolta spettacoli meritevoli non riescano a coinvolgere un grande pubblico, spesso a causa di debolezze pubblicitarie o strutturali legate al profilo amatoriale dell’iniziativa. Quando però "si fa forno" (nel gergo teatrale è quando si recita a sala praticamente vuota) in una serata del Circuito Teatrale Piemontese, il discorso cambia e si sposta sul piano culturale.

È il caso recente de "La malattia della famiglia M.", scritto e diretto dal genovese Fausto Paravidino, in scena lo scorso 11 aprile al Teatro Il Mulino di Piossasco. Un testo scritto nel 2000 e rappresentato prima all’estero (Francia, Germania, Inghilterra) e solo dal 2009 anche in Italia. Un’opera di un drammaturgo di trent’anni che scrive opere teatrali da quando ne aveva venti e che ha ricevuto apprezzamenti e critiche positive in tutta Europa, arricchiti dalla pubblicazione dei propri testi nella prestigiosa casa editrice specializzata Ubulibri, con il sostegno del suo fondatore, il grande "critico militante" Franco Quadri, recentemente scomparso.

La famiglia di Paravidino, malata nelle fondamenta di una dimensione provinciale e post-rurale, è costruita su personaggi contrastanti (su tutti il padre interpretato dal sempre eccellente Paolo Pierobon) che cercano di uscire da una situazione di stallo esistenziale causato da una morte inspiegabile. Il medico condotto, nella figura di narratore esterno, non ha altra cura che la parola per tenere insieme le storie di questa famiglia, "uggiosa" come l’ambientazione scelta, tra pioggia e neve reali sulla scena, tra l’essenziale arredamento in legno e l’albero del giardino che si fondono nello spazio aperto scenografico. La scrittura di Paravidino è stata spesso definita "inglese": veloce, tagliente, spesso dura e asciutta, alterna momenti minimalisti ad altri classicamente teatrali e distensivi, creando un teatro complesso e problematico, agrodolce nel suo essere irrisolto, potente nell’avere le idee chiare sui rapporti interpersonali. Quel "volersi bene" astratto e spiazzante che attraversa la commedia è il sintomo più evidente della malattia della famiglia senza nome, dove un telefono squilla e nessuno risponde, nell’immobilismo di non sapere chi c’è dall’altra parte della comunicazione.

Cinquanta persone (a essere generosi) hanno approfittato della presenza di un autore così interessante. Il pubblico non si fida perché non conosce abbastanza il panorama teatrale e le nuove generazioni di scrittori teatrali? Perché è sempre meglio andare sul sicuro, sul comico senza pretese, sul dialettale? La gente preferisce andare al cinema, si sarebbe affermato in tempi più ottimistici (o meglio senza statistiche alla mano). La gente non sente il bisogno di una cultura che non può essere di massa, si preferisce affermare oggi, con il pessimismo della ragione e una sensazione di sconfitta che rimbomba nella sala vuota.