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Dialogo tra generazioni

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 Nuvole sopra i venti 

Tra tecnologia e nuovi linguaggi

La "nuova" lingua italiana

di Fiammetta Bertotto

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.6 - Giugno 2011

   Ricordo di aver letto, ormai qualche anno fa, un pensiero di poche righe di Patrizia Valduga, poetessa e traduttrice italiana, teso ad evidenziare la distanza che intercorre tra la lingua italiana opportunamente detta e l’uso che i più, concretamente, ne fanno nella realtà. Distanza che, come Valduga affermava con toni polemici nell’articolo, si dimostra via via sempre maggiore e difficile da colmare; tanto più perché favorita soprattutto dalle nuove generazioni, così poco attente all’importanza delle parole.

E non è certo scoprire l’acqua calda considerare come i giovani d’oggi tendano molto facilmente a lasciare nel dimenticatoio i modi corretti di esprimersi, o tanto meno lo è prendere atto che non li conoscano proprio, lasciando di conseguenza spazio a continui rinnovamenti e storpiamenti nello sviluppo, di per sé già continuo, della lingua.

Altrettanto banale è ricordare che le forme della trasmissione orale e scritta cambiano anche e soprattutto di pari passo con le innovazioni della tecnologia; la maggior influenza in questi mutamenti linguistici proviene non a caso dal linguaggio informatico: abbreviazioni, troncamenti, l’uso smodato della "K"… La forma rapida e incisiva degli sms, tanto per intenderci.

Non a caso, sono proprio i giovani i primi a sperimentare queste novità, sia come "creatori" di comunicazione, che come loro fruitori, ed è perciò inevitabile che siano proprio loro a dar vita ad un linguaggio, inutile negarlo, spesso e volentieri a dir poco creativo, quando non totalmente inafferrabile. Tuttavia, sarebbe inutile cercare di studiarlo, o compilarne dizionari: molte parole oggi in voga, avranno con ogni probabilità una vita breve, cancellate o sostituite da nuove espressioni.

Ma perché i giovani sentono la necessità di creare (un) linguaggio? Molte sono, ovviamente, le risposte possibili. La più scontata è la voglia di creare un "codice segreto", che non possa appartenere ad un mondo adulto sentito e voluto ancora lontano; in altre parole, si tratterebbe di una sorta di protesta, capace di offrire un senso di autonomia e la possibilità di autodefinirsi.

Nonostante ciò, non può essere ignorato che il fenomeno si allarga, oggi come sempre, evadendo i confini delle generazioni più recenti, per andare piuttosto ad assumere caratteri "universali". Se, infatti, i giovani possono giustamente essere considerati fonte primaria di vari e variegati neologismi, questi ultimi non tardano ad espandersi in ogni contesto e tra tutte le età, diventando LA – nuova – lingua italiana: estranea, forse, a come Dante l’aveva immaginata, ma certamente più vicina ai nostri "tempi globali".

Invero, la lingua si presenta oggi farcita dell’uso volontario di parole straniere e dell’attribuzione di significati inediti a parole già esistenti, prendendo spunto dai più diversi ambienti, primo fra tutti quello della televisione o del già ricordato web. Ma, ripeto, non è certo scoprire l’acqua calda: il progresso fa parte della storia naturale del mondo e degli uomini.

È inevitabile che esso coinvolga ciò che più direttamente ci definisce tali; come, di riflesso, accade nella moda, così anche la lingua deve suo malgrado diventare terreno fertile per cercare, decennio dopo decennio, nuove identità in cui riconoscerci e in grado di dare espressione e contenuto a ciò che ci circonda.