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Dialogo tra generazioni

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 Arte&Spettacolo 

Uno spettacolo che è un punto di svolta

La trilogia degli occhiali

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.6 - Giugno 2011

  Ci sono spettacoli che segnano un punto di svolta, dopo i quali lo spettatore non è più lo stesso. Ci sono drammaturghi che riescono a creare un linguaggio teatrale nuovo e potente, che travolge il pubblico.

È il caso di Emma Dante, la regista palermitana autrice de La trilogia degli occhiali, ultima tappa di un percorso che parte dalla Sicilia dell’autrice e, senza mai abbandonarne la spinta propulsiva, ha viaggiato molto, è stato apprezzato a livello internazionale. Emma Dante è uno dei simboli più forti del teatro contemporaneo: lungo e intenso lavoro con i suoi attori e le sue attrici, scrittura formidabile (spesso nel non-testo), regia "fisica" e immaginifica. Un simbolo, italiano, che nonostante i premi e il prestigio (anche) per la Sicilia, non sembra far accorgere le istituzioni della città di Palermo, motore e fonte della sua ricerca artistica: "Arrivano da lontano per vedere le mie cose, un giorno è venuto anche il sovrintendente della Scala, Lissner. Eppure nessuno dei politici locali, o dei dirigenti dei teatri palermitani, si è mai affacciato nel mio spazio. Strana ‘sta storia", dichiarò nel gennaio 2010 a Leonetta Bentivoglio di Repubblica.

E fu proprio da quell’incontro con Lissner che le fu affidata l’apertura della stagione della Scala, con la Carmen di Bizet che sconvolse la lirica nostrana e la fece conoscere all’opinione pubblica.

La Trilogia degli occhiali si inserisce perfettamente nella poetica "dantesca" di dare voce, anzi, corpo alle storie degli ultimi, degli emarginati, di personaggi che portano gli occhiali e hanno una mancanza anche nella vista e che si rivolgono a chi gli occhiali ce li ha ma non li vede. Composta da tre parti indipendenti, Acquasanta, Il castello della Zisa, Ballarini, la Trilogia porta in scena una storia di povertà e solitudine, una di povertà e malattia e una di vecchiaia.

Acquasanta è il monologo, interpretato da Carmine Maringola, di un marinaio, un mezzo mozzo (‘o spicchiato, per gli occhiali), legato letteralmente al suo pezzo di barca, con il mare che gli sputa in faccia e con cui ha un rapporto d’amore, mentre il pubblico è incatenato dai suoi racconti di crudeltà subiti, dipinti con una comicità disperata. Commovente, nel vero senso della parola, una prova d’attore fenomenale, vissuta, indimenticabile.

Il castello della Zisa vede tre attori in scena: due donne, suore senza età, scoprono un uomo sotto il telo, in pigiama, inerte, seduto su una sedia e inespressivo. Cominciano a giocare con lui, in un rapporto in cui è evidente la malattia, pieno di cadute, di carillon ipnotici, di un passato che torna ed esplode.

Ballarini infine è il dialogo tra due maschere di vecchiaia, prima rigide nei tentativi di risvegliarsi dal torpore del buio e dei bauli dentro ai quali sono rinchiusi e poi veri ballarini, nostalgici e pieni di energia, grida, festeggiamenti. Un gioco fatto di passi di ballo, di corpi che tornano giovani, di ricordi che si agganciano tra di loro. Alla fine si torna nel baule, le luci si spengono, la musica tace e si accoglie la vecchiaia in maniera diversa, meno "mostruosa" e inerme.

Non resta che togliersi gli occhiali e applaudire. Ormai vediamo anche senza.