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Dialogo tra generazioni

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 Lettere al giornale 

Dopo i referendum

Una nuova voglia di partecipazione?

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.7 - Luglio 2011

   Le recenti elezioni amministrative e soprattutto i referendum hanno mostrato un risveglio dall’apatia e dall’indifferenza precedente, e una grande voglia di partecipazione. Lo ritieni un fenomeno transitorio, o il segno di effettivo cambiamento di costume?

   L’apatia, soprattutto sul piano politico, è un fenomeno presente in tutte le società complesse e almeno moderatamente benestanti, poiché molti fattori la alimentano. "La politica - diceva Paul Valéry - è l’arte di impedire alla gente di impicciarsi degli affari propri"; e la democrazia rappresentativa, che è una necessità quando la democrazia diretta diventa impraticabile, crea un ceto politico professionale, che viene percepito come lontano, arraffone e omogeneo ("sono tutti uguali"). Di qui la propensione al distacco e all’indifferenza, nel senso che non si vede nessuna differenza tra questi e quelli, e tanto vale disinteressarsi della politica, diventata "un affare sporco".

Sul piano morale, poco si è fatto e si fa per contrastare la pigrizia sociale. Il peccato di omissione ha una storia troppo breve per essere recepito come costitutivo del nostro dover-essere: fin da bambini ci si dice che dobbiamo pregare e santificare le feste, studiare e governare la sessualità, ma nessuna agenzia educativa ci insegna con la stessa intensità che abbiamo anche il dovere di prendere parte attiva alla vita della nostra comunità. Anche quando si è cominciato a parlare di impegno, questo è stato concepito come un fare bene il proprio lavoro, e, al più, adoperarsi in forme di volontariato soccorrevole: cosa meritoria, ma inidonea ad affrontare e risolvere i problemi di portata generale.

All’apatia diffusa, poi, contribuiscono alcuni fenomeni moderni: la devianza di massa sul piano dei comportamenti fraudolenti ("lo fanno tutti") e il senso di impotenza che ne consegue ("se anche mi impegnassi, sarebbe come svuotare il mare col secchiello"), nonché in parte la tecnicità e la complessità dei problemi. Su questa abulia riposano le democrazie populiste e autoritarie.

Da queste lunghe stagioni di torpore e di assuefazione si esce, in genere, per effetto di un trauma, come fu la guerra nel 1940, o in virtù di un evento che faccia da catalizzatore di un malessere accumulato: così è stato per il suicidio col fuoco dell’ambulante tunisino, per l’esplosione degli "indignati" in Spagna, e, da noi, finalmente, con il grido che il re è nudo e con la fine traumatica della grande affabulazione anestetica, grazie alla mobilitazione soprattutto dei giovani in occasione dei referendum sui beni vitali della salute e dell’acqua.

Per circa un ventennio ci siamo lasciati sedurre dalle affermazioni che tutto andava bene, e quel che non andava bene sarebbe stato presto sistemato dal mercato, dalla modernità e dal pifferaio magico. La "scatola tonta" che troneggia nei nostri salotti ci spiegava che questo era il migliore dei mondi possibili, e ci invitava a lasciar fare al grande regista, nel solco di quanto già intuiva Valery. Sono stati prima i giovani privati del futuro, poi le donne ferite nella dignità, poi la folla dei nuovi poveri e dei senza lavoro, infine le moltitudini di quanti sono esasperati dal collasso delle virtù civili, sono stati tutti questi segmenti sociali a riunirsi per dire basta a questa favola, basta all’Italia "senza scarpe e con la Mercedes".

Ora viene il difficile, perché non basta andare a votare, non basta l’entusiasmo di un giorno o di un mese. Ma è ragionevole pensare che la spinta si consolidi. I movimenti debbono suscitare le emozioni, la politica le può e le deve trasformare in soluzioni: sorreggendosi gli uni con l’altra.