Pinerolo Indialogo

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Dialogo tra generazioni

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 Arte&Spettacolo 

Al cantiere progettuale del Valle

Nuovi modelli di 
politiche culturali

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.7 - Luglio 2011

  Quando il 12 e il 13 giugno scorso la maggioranza degli elettori è andata a votare "4 SÌ per il bene comune", il giorno seguente è stato il giorno della rivolta dello spettacolo.

Il 14 giugno è infatti cominciata l’occupazione del Teatro Valle di Roma, uno dei teatri storici più importanti d’Italia, un tentativo estremo di salvare un luogo destinato a un probabile smantellamento, forse addirittura a trasformarsi in un bistrot. Dopo la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano nel maggio 2010, il Ministero dei Beni Culturali non ha ancora trovato una soluzione e la gestione del Valle, come di altri teatri importanti come il Teatro della Pergola a Firenze e il Teatro Duse a Bologna, vedono incalzare le ombre del privato e di un’assegnazione "politica" non trasparente.

I primi a sollevarsi sono stati i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo, come altre volte, come per altri tagli, trasformando così, almeno nei media, un’urgenza collettiva in un problema occupazionale.

Intorno al Valle si è però riunito una vasta rappresentanza del mondo della cultura: personaggi sinceramente solidali come Elio Germano e Silvio Orlando, intellettuali in prima linea nella discussione sulla democrazia come Ugo Mattei, volti storici del teatro come la sempre appassionata Franca Valeri.

Gli occupanti "non vogliono decidere della gestione del Teatro Valle, ma stanno elaborando proposte su come immaginano nuovi sistemi di gestione del teatro pubblico e in generale ripensare dal basso nuovi modelli di politiche culturali in Italia, perché i referenti politici di destra e di sinistra hanno perso ogni tipo di legittimità come interlocutori".

Percepire anche la Cultura come bene comune è l’unico modo per non farla morire o relegarla ad aspetto meramente economico. Il Valle è diventato a tutti gli effetti un cantiere progettuale: il nuovo corso parta da questo teatro ora senza futuro. Deve cambiare la politica culturale perché ne cambino le interpretazioni concrete, perché si capisca finalmente che è finito il modello assistenziale ed è tempo di mutare il paradigma, creare un pubblico invece di cercarlo e basta, costruire dei meccanismi di vendita del prodotto culturale per potersi permettere parallelamente di rischiare, di proporre arte davvero di ricerca e di sperimentazione, senza l’ansia del mercato e dei compromessi con il pubblico.

Bellissima a questo proposito la lettera di Alessandro Bergonzoni al Valle: troppo spesso si passa una sera a teatro per svagarsi, staccare dalla tv, cercando una "cultura colluttorio" per sciacquarsi la mente.

Indignato e coraggioso è l’augurio degli occupanti, "perché la filosofia del male minore non ci basta più, invochiamo una rivolta culturale e che sia contagiosa". Parole che sembrano riecheggiare il Manifesto di Ivrea sul Teatro, scritto nel 1966 da intellettuali e artisti come Augias, Bellocchio, Bene, Quadri, in cui si affermava come "il teatro deve poter arrivare alla contestazione assoluta e totale".

Aspettiamo dalla amministrazione di Pinerolo un segnale deciso in questo senso. Nella Pinerolo che vorremmo c’era l’idea di un Teatro Sociale "vissuto, popolare, abitato, vivo". Non vorremmo trovarci delusi all’inizio della nuova stagione, magari ad occupare anche noi un teatro perché qualcuno non se ne occupa.