Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 




Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

"Sono ancora innamorato dell'Italia, ma..."

Solo la politica può agire contro le inique disparità

di Elvio Fassone

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.9 - Settembre 2011

  Sono un cittadino italiano che, nonostante tutti i limiti di questa Nazione, ne è ancora innamorato. Mi permetto di chiederLe un’opinione, un messaggio a quanti, come me, pur amando la nostra Repubblica, sono disillusi dalla situazione economico – politica imperante. I giovani hanno sempre minori opportunità di costruirsi un futuro personale e professionale senza scendere a compromessi con la propria coscienza e compiacere il capo oppure il potente di turno. Quali suggerimenti, quali indicazioni potrebbe rivolgerci? Silvio F.

E’ bello che un giovane si rivolga ad un non giovane, ed è imbarazzante per quest’ultimo il dare delle indicazioni sul come superare un presente del quale è in qualche modo, oggettivamente, corresponsabile. Ma accantoniamo questi sentimenti e proviamoci.

Il disagio giovanile può essere sintetizzato nel concetto di "stabile precarietà" e nella conseguente difficoltà di costruire un futuro "senza scendere a compromessi", come lamenta Silvio.

Per contrastare questa situazione credo si possa agire a livello individuale ed a livello politico. Sul primo livello, continuo a pensare che lo studio e la competenza siano attrezzi che non andranno mai in disuso. Se mai, aumenta il livello di competenza che vale come biglietto di presentazione: ma il "sapere tutto di una cosa", fosse pure il giardinaggio o la storia polacca (parlo per paradossi, è chiaro) resta un’arma valida in qualsiasi contesto, perché sarà pur vero che molti vanno avanti per raccomandazioni o fedeltà, ma è altrettanto vero che i raccomandati raramente sono aquile, e il mondo continua ad avere bisogno di eccellenze, e quando le trova se le coccola, eccòme.

Però questo non basta, e ne sono consapevole. Guardando la situazione dall’alto, si vedono due fenomeni: il primo è planetario, ed è una corsa all’indietro dei diritti dei lavoratori, una volta che la competizione globale ci ha messi a confronto con aree nelle quali questi diritti sono inesistenti o minimi. Il secondo è locale, e consiste in una distribuzione iniqua della quota di flessibilità che si deve riconoscere al mondo della produzione per reggere la competizione: anziché ripartirla tra i lavoratori già inseriti e quelli in attesa di entrare nel mondo del lavoro, la si è fatta gravare quasi interamente sui secondi, per cui oggi abbiamo due mondi lavorativi diversi tra loro, e spesso addirittura ostili.

Le analisi e le denunce di queste situazioni si sprecano: purtroppo, raramente si va oltre il lamento, e così la maggior parte dei giovani oscilla tra l’apatia rinunciataria e la collera ribelle, con qualche accenno di movimentismo fugace ed in ogni caso anti-politico. Io penso, invece, che non ci sia altro che la politica capace di affrontare problemi di queste dimensioni e di questa drammaticità.

Solo la politica può arrivare (in tempi forse non brevi, ma bisogna pur partire) a pretendere che i vari organismi sovra-nazionali istituiscano una sorta di protezionismo sociale, vietando l’ingresso nei mercati occidentali di prodotti che non incorporino una quota minima di tutele dei lavoratori nei Paesi di provenienza, e quindi costringendo i medesimi ad una più rapida evoluzione, e di riflesso ad una minor competitività sui costi.

Solo la politica (meglio: certe forze politiche più di altre) può ridurre le inique disparità tra le due tipologie di lavoro presenti da noi, se non altro rendendo meno conveniente il contratto a termine, che oggi costa meno in termini di contributi; ovvero convertendolo per legge in un contratto a tempo indeterminato dopo un certo numero di reiterazioni; o ancora offrendo agevolazioni alle imprese che se ne avvalgono in minor misura. Meglio ancora se poi si riuscirà a dare attuazione a taluni disegni di legge giacenti da tempo in Parlamento, che prevedono un contratto di ingresso unico, a tutele progressive, ed un coinvolgimento del mondo delle imprese nel sostegno al lavoratore che ha perso il posto, sì che quello abbia interesse a riassorbirlo al più presto per non soggiacere al costo parziale dell’assegno di inoccupazione

Le idee ci sono, è il consenso che ancora scarseggia. Il mondo della politica, ed ancor più il mondo dei partiti, non è invitante. Ma non lo è principalmente perché è abbandonato ai professionisti della politica. Se ce ne riappropriamo, almeno in parte, può cambiare. E di riflesso può cambiare la sorte di una generazione in attesa.