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 Testimonianze 

Appunti di viaggio in Cina

L'assaggio di un pezzo 
di "secolo cinese"

di Maurizio Allasia

Pinerolo Indialogo - Anno 2 - N.9 - Settembre 2011

   Prima certezza dell’occidentale in giro per il mondo: "Sorry, can you help me?". Seconda certezza: le capitali degli Stati sono a misura e a servizio del turista straniero.

Pechino può iniziare così per un italiano mai stato in Cina: una nulla (o quasi) conoscenza dell’Inglese, lingua passepartout del secolo scorso, da parte del Cinese medio e una città di 15 milioni di abitanti dove quasi tutto è complicato e indecifrabile a un primo approccio turistico.

A dire il vero non sono andato a Beijing per turismo, ma per partecipare a una conferenza, l’International Conference on Personalized Education.

L’ambiente della conferenza, organizzata all’interno di un grande complesso governativo vecchio stile utilizzato dai quadri del Partito, si è rivelato un inaspettato connubio di attenzioni di facciata (monumentale foto di gruppo, fiori da appuntare ai partecipanti occidentali, superflui cerimoniali) e la non abitudine ad organizzare un evento di queste dimensioni (scarsa attenzione nell’accoglienza degli ospiti stranieri, nessuna visita organizzata della città e nemmeno dell’università, uso non all’altezza dell’Inglese anche nei materiali della conferenza).

Varcata la soglia della Chinese Academy of Governance (e salutato il giovane soldato di guardia) si entrava così nella capitale della Repubblica Popolare Cinese. Raggiunto il centro di Pechino con i non sempre sicuri e molto spesso scortesi tassisti cinesi, la città presenta diverse aree.

La leggendaria (solo per noi occidentali?) Piazza Tiananmen risulta quasi angosciante nel suo piatto grigiore e deludente per chi ha negli occhi i carri armati e il simbolo di una primavera soffocata nel sangue e nei misteri. Sul lato nord della piazza, la Porta d’ingresso alla Città Proibita, sovrastata dal pacifico ritratto di Mao Zedong, il Grande Timoniere di una nave che ormai è su altre rotte, è la perfetta unione tra la magnificenza della Cina del grande Impero e il realismo della Pechino comunista. Pochi quartieri più avanti, una fila infinita di lanterne rosse segnala le bancarelle ordinate di prodotti tipici, dove venditori vestiti tutti uguali gridano e vendono aromi e sapori indescrivibili di una città ancorata al passato dei suoi hutong (i vicoli tipici) e legata ai destini dell’inevitabile capitalismo dei mega-store occidentali. Luci, marchi del lusso, prezzi allineati all’occidente, la Wangfujing street è una delle vie più commerciali e affollate di Pechino, e ti rassicuri anche se nessuno sa l’Inglese, perché Rolex e Nike fanno sentire aria di casa più di uno "yes, of course".

In quasi ogni luogo della città però (conferenza compresa), gli abitanti di Pechino sorprendentemente non si mostrano per niente abituati alla presenza di turisti stranieri e chiedono continuamente una foto ricordo insieme, a testimoniare forse un isolamento durato troppo a lungo. Sorridi, sentendoti a metà fra il lusingato e la bestia rara, mentre in altre zone della megalopoli si alternano aree gremite di locali e divertimento da movida e il bellissimo 798 Art District, il quartiere "parigino" pieno di artisti, gallerie, sculture per le strade e dove si respira l’arte contemporanea vissuta anche come oasi del dissenso politico.

Verso l’aeroporto, diretto al nuovissimo e "olimpico" Terminal 3 a forma di dragone costruito dall’archistar inglese Norman Foster, gli ultimi sguardi vanno al sole pallido cinese velato dall’onnipresente coltre di inquinamento, tra l’euforia di aver assaggiato davvero un pezzo di "secolo cinese" e la riflessione su un Occidente che dovrà inseguire e fare i conti con il gigante che si è svegliato e che, come nella celebre profezia di Napoleone, farà tremare il mondo.