Pinerolo Indialogo

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Pinerolo Indialogo

Ottobre 2013


Dialogo tra generazioni

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 Arte & Architettura 



Vauben: un mito da sfatare

La storia di uno stupro

di Michele F. Barale

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.10 - Ottobre 2013

   A 320 anni di distanza dall’assedio che decretò l’ultimo grande cambiamento della Città di Pinerolo, il poderoso impianto della Cittadella e delle fortificazioni francesi continua ad essere oggetto di vanto e argomento di discussione anche nella sale consiliari. Recentemente, il direttore del CeSMAP Dario Seglie richiamava alla memoria i resti ipogei, non del tutto demoliti, della Cittadella come potenziale attrattiva turistica da valorizzare ma anche come baluardo contro l’oblio della potenza militare che la Città ebbe in passato.

Colori romantici, a tratti decadentisti, di un glorioso tempo scolpito nell’immaginario collettivo con torri, bastioni, un castello nella parte alta della città tanto maestoso da mettere in ombra addirittura San Maurizio. Senz’altro, il volto che l’incisore e i suoi committenti volevano che fosse raccontato in tutto il Paese: non la drammatica crisi economica, urbana, sociale, umana che la Città stava tentando di arginare nel XVII secolo.

Per comprendere al meglio la criticità di quei momenti, è bene sapere quali fossero le dimensioni anche umane del contesto: nei momenti di massima tensione, con le fortificazioni completate (pertanto, tra il 1680 e il 1693) la Città di Pinerolo arrivò ad ospitare 21.000 persone, con un rapporto di 4 militari ogni 3 civili. La città era già stata messa a dura prova durante la Prima Dominazione Francese, nel XVI secolo, quando tutti i mulini fuori dalla cinta delle mura erano stati demoliti per poter realizzare gli spalti: le manifatture della Lana, ma anche le cartiere, forse le principali fonti di reddito di Pinerolo.

Nel febbraio del 1669 giunge a Pinerolo uno dei personaggi di cui la Città attuale va più fiera, per aver avuto l’onore della sua effige sulla struttura urbana: Sebastien Le Prestre, noto come il Vauban. Immaginate di salire a San Maurizio, verso la metà del 1600: vi sareste trovati di fronte un borgo signorile, abitato dalle più ricche famiglie borghesi della Città, un’ampia piazza di fronte a San Maurizio, con una fontana al centro di tipica fattura medievale, e poi un dipanarsi di vie, portici, palazzi sontuosi, chiese. Per chi se lo stesse chiedendo, non si tratta del "centro storico", ma dell’antico borgo che sorgeva sulla collina, oltre San Maurizio. Per ordine di Vauban, l’intero borgo venne raso al suolo, salvando solo la chiesa, troppo distante dal castello. La medesima sorte toccò al borgo del Chinchetto, dove ora si trova la Piazza d’armi, l’ultimo polo manifatturiero di Pinerolo. Nel giro di tre anni, la Città si trovò ad essere dimezzata in superficie, senza entrate economiche, e per giunta si vide obbligata a pagare i lavori di fortificazione, ripartiti ugualmente secondo il contratto con lo Stato francese, il quale tuttavia ne saldò solo un quarto. Al loro posto, grandiose strutture difensive progettate per difendere il baluardo francese in terra piemontese. A guardare inerme la Città di Pinerolo, in ginocchio a vedersi impoverire per essere armata, con le mani legate dopo la restituzione ai Savoia in attesa di essere completamente spogliata anche di quelle sontuose vestigia. Lasciando ad imperitura memoria alcuni vuoti che tutt’ora sono ben lungi dall’esser stati risolti.

A 320 anni di distanza dall’assedio che decretò l’ultimo grande cambiamento della Città di Pinerolo, il poderoso impianto della Cittadella e delle fortificazioni francesi continua ad essere oggetto di vanto e argomento di discussione anche nella sale consiliari. Recentemente, il direttore del CeSMAP Dario Seglie richiamava alla memoria i resti ipogei, non del tutto demoliti, della Cittadella come potenziale attrattiva turistica da valorizzare ma anche come baluardo contro l’oblio della potenza militare che la Città ebbe in passato.

Colori romantici, a tratti decadentisti, di un glorioso tempo scolpito nell’immaginario collettivo con torri, bastioni, un castello nella parte alta della città tanto maestoso da mettere in ombra addirittura San Maurizio. Senz’altro, il volto che l’incisore e i suoi committenti volevano che fosse raccontato in tutto il Paese: non la drammatica crisi economica, urbana, sociale, umana che la Città stava tentando di arginare nel XVII secolo.

Per comprendere al meglio la criticità di quei momenti, è bene sapere quali fossero le dimensioni anche umane del contesto: nei momenti di massima tensione, con le fortificazioni completate (pertanto, tra il 1680 e il 1693) la Città di Pinerolo arrivò ad ospitare 21.000 persone, con un rapporto di 4 militari ogni 3 civili. La città era già stata messa a dura prova durante la Prima Dominazione Francese, nel XVI secolo, quando tutti i mulini fuori dalla cinta delle mura erano stati demoliti per poter realizzare gli spalti: le manifatture della Lana, ma anche le cartiere, forse le principali fonti di reddito di Pinerolo.

Nel febbraio del 1669 giunge a Pinerolo uno dei personaggi di cui la Città attuale va più fiera, per aver avuto l’onore della sua effige sulla struttura urbana: Sebastien Le Prestre, noto come il Vauban. Immaginate di salire a San Maurizio, verso la metà del 1600: vi sareste trovati di fronte un borgo signorile, abitato dalle più ricche famiglie borghesi della Città, un’ampia piazza di fronte a San Maurizio, con una fontana al centro di tipica fattura medievale, e poi un dipanarsi di vie, portici, palazzi sontuosi, chiese. Per chi se lo stesse chiedendo, non si tratta del "centro storico", ma dell’antico borgo che sorgeva sulla collina, oltre San Maurizio. Per ordine di Vauban, l’intero borgo venne raso al suolo, salvando solo la chiesa, troppo distante dal castello. La medesima sorte toccò al borgo del Chinchetto, dove ora si trova la Piazza d’armi, l’ultimo polo manifatturiero di Pinerolo. Nel giro di tre anni, la Città si trovò ad essere dimezzata in superficie, senza entrate economiche, e per giunta si vide obbligata a pagare i lavori di fortificazione, ripartiti ugualmente secondo il contratto con lo Stato francese, il quale tuttavia ne saldò solo un quarto. Al loro posto, grandiose strutture difensive progettate per difendere il baluardo francese in terra piemontese. A guardare inerme la Città di Pinerolo, in ginocchio a vedersi impoverire per essere armata, con le mani legate dopo la restituzione ai Savoia in attesa di essere completamente spogliata anche di quelle sontuose vestigia. Lasciando ad imperitura memoria alcuni vuoti che tutt’ora sono ben lungi dall’esser stati risolti.


La cittadella ricostruita al computer così com'era nel '600