Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 




Pinerolo Indialogo

Ottobre 2013


Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 Primo piano 



Docenti universitari pinerolesi / 9
Intervista ad Enrico Comba

"Di Pinerolo mi piace la capacità di creare centri di attività intellettuali"

«L'aspetto deprimente è soprattutto legato alle istituzioni pubbliche, all’incapacità delle amministrazioni di saper rispondere a questa ricchezza e vivacità di stimoli»

 

a cura di Marianna Bertolino
Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.10 - Ottobre 2013

   Per cominciare ci parli di sè, del suo lavoro e delle sue competenze in ambito universitario.
  
Sono professore associato di Antropologia culturale, disciplina che ho insegnato per diversi anni presso la Facoltà di Scienze della Formazione. Ora, con i cambiamenti nell’Università che hanno portato alla scomparsa delle Facoltà e anche allo spezzettamento dei corsi, mi trovo a insegnare tre corsi: uno di Antropologia della Complessità (per le lauree magistrali) e due corsi di Antropologia delle Religioni (uno per il triennio e uno per il biennio).

Quali sono le peculiarità della disciplina che insegna? Che cosa studia?
  
Sembra la cosa più semplice, ma in realtà è la più difficile. Occorrerebbe molto spazio per descrivere accuratamente quello di cui si occupa l’antropologia, ma diventerebbe un manuale della disciplina. In forma sintetica, l’Antropologia Culturale studia perché noi esseri umani siamo così diversi, nel modo di comportarsi, di vivere, di avere relazioni gli uni con gli altri. Non differenze individuali, bensì differenze fra un gruppo e un altro, una popolazione e un’altra. In particolare io mi occupo del perché esistono religioni diverse, quanto sono diverse le une dalle altre e quali elementi in comune possono avere.

Una delle caratteristiche del mondo contemporaneo è la facile mobilità e la forte migrazione delle persone. Come legge l’antropologo questa realtà?
  
Questa è la realtà che molti antropologi miei colleghi hanno scelto di studiare. La realtà in cui viviamo è percorsa dalle differenze prodotte dagli spostamenti, dai flussi migratori, dall’enorme numero di persone che si sposta da un continente all’altro, per vari motivi e con diverse finalità, spesso portandosi dietro qualcosa del mondo che si è lasciato alle spalle, ma anche con la precisa intenzione di costruire qualcosa di nuovo per sé o per i propri figli. Non c’è un unico modo per leggere questa realtà, ma l’antropologo dispone di una chiave importante: cercare di comprendere come questi fenomeni sono vissuti dalle persone avvicinandosi per quanto possibile alla loro visione delle cose, cercando di mettersi per così dire "nei loro panni", vivendo per un certo tempo e dialogando con loro.

I nostri giovani anche del pinerolese si spostano per studio e per lavoro ormai a livello mondiale. Ho letto nel suo curriculum che lei ha soggiornato all’estero. Che ruolo hanno avuto queste esperienze nella sua formazione professionale?
  
Ho fatto alcuni periodi di ricerca, negli Stati nUniti, in Canada e in Siberia, ma credo che i miei soggiorni siano stati più brevi e limitati di molti colleghi antropologi. Comunque, l’esperienza della diversità, del viaggio, del distanziamento dalle proprie abitudini è qualcosa di essenziale per l’antropologo. Bisogna però avere una disposizione mentale, quello che conta è soprattutto una capacità di distanziamento e di estraniazione mentale. Conosco diverse persone che viaggiano moltissimo, ma non si sono mai staccate dal proprio modo angusto di vedere le cose: i loro viaggi non hanno insegnato loro assolutamemente nulla!

Veniamo alla sua città natale, Pinerolo. Ora lei da un po’ di anni vive a Torino: guardando la nostra città con un po’ di distacco, come la vede? Provinciale, in decadenza... o come?
   
Non saprei, certo la città offre una maggiore varietà di attività, di occasioni, di stimoli intellettuali. D’altra parte, il piccolo centro è anche il luogo dove le relazioni interpersonali, di amicizia, di vicinato, risultano più intense, più appaganti; relazioni che in grande misura ho perduto in questi anni di lontananza (relativa). La vita in città è più anonima e dispersa.

Che cosa le piace e che cosa la indigna di questa nostra città?
   
Credo che in estrema sintesi potrei dire che di Pinerolo mi piace la capacità di creare centri di attività intellettuali, gruppi di volontari che operano in maniera incredibile e ammirevole, grandi risorse in termini umani e culturali; l’aspetto deprimente è soprattutto legato alle istituzioni pubbliche, all’incapacità delle amministrazioni di saper rispondere a questa ricchezza e vivacità di stimoli se non con iniziative demagogiche o limitate a qualche interesse economico di bassa levatura. Sembra che la parata della Maschera di Ferro e una bella cena conclusiva sia tutto quello che la città può offrire ai suoi cittadini e ai visitatori... è un po’ poco!

Lei è anche Vicepresidente del CESMAP (Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica). Ci racconta della vita di questa associazione e delle sue iniziative?
   
Il Cesmap è proprio una di quelle straordinarie creazioni culturali del Pinerolese che si basa su un gruppo di persone generose e volonterose, che operano in modo eccellente per proporre iniziative e attività di grande valore culturale, nel completo disinteresse delle istituzioni pubbliche. Certo ci sarà sempre un rappresentante dell’amministrazione pronto a dare una pacca sulla spalla al Cesmap dicendo "Come siete bravi!", ma da questo non consegue nulla di concreto. Finanziamenti, sostegno, ricerca di soluzioni per offrire se non personale, almeno posti a tempo determinato per giovani che potrebbero formarsi e dare il loro contributo. Tutto rimane lettera morta e ricade sulle spalle dei soliti volontari che danno l’anima senza ricevere mai nemmeno un "grazie".

Nel Pinerolese sono state fatte ricerche antropologiche interessanti? Ce ne sarebbe qualcuna da fare?
  
Poco o niente da parte di professionisti o accademici. Qualcosa era stato fatto da parte di studiosi locali che si sono interessati alle tradizioni popolari, spesso anche di talento, come Teofilo Pons e altri (soprattutto in area valdese). Purtroppo molte occasioni sono state sprecate, villaggi di montagna spopolati ma ancora intatti sono stati saccheggiati senza che fossero mai studiati (es. Bourcet), tradizioni sono lentamente morte senza che venissero mai registrate o descritte (es. i rituali dei guaritori popolari). Certo, qualcosa rimane sempre ancora da fare. Un potenziamento delle forze del Cesmap potrebbe ad esempio portare alla costituzione di un data base sul Pinerolese che comprendesse non soltanto i materiali sull’arte rupestre e la preistoria, ma anche dati etnografici, tradizioni, leggende e altro.

Dal punto di vista museale Pinerolo è bene attrezzata? E il territorio?
  
Negli ultimi tempi sono sorti molti musei in ogni angolo, alcuni sono esperimenti interessanti, che emergono da un progetto culturale interessante, altri sono iniziative estemporanee o effimere. Anche in questo caso occorrerebbe una politica culturale seria, che sapesse discernere ciò che costituisce un vero patrimonio culturale da quello che è solo il risultato della velleità di individui o gruppi particolari. Invece si preferisce dare (pochissimo) a tutti, per la paura (tutta politica) di scontentare qualcuno.

Queste interviste sono nate per dar voce ai docenti universitari presenti nel territorio (una trentina) e anche per cogliere qualche idea per questa nostra città in declino. Lei ne ha qualcuna da proporre alla classe politica della nostra città?
  
In linea con quanto detto sopra, direi: costruire una seria politica culturale per la città, osservare quali forze esistono e quali risorse sono già presenti e sforzarsi di creare un progetto culturale da lasciare come patrimonio alle generazioni che verranno.

Un giovane laureato nel campo di sua competenza ha buone possibilità di spendere il suo titolo nel territorio o deve ragionare su confini più vasti o addirittura mettere in conto anche il lavoro all’estero?
   
L’antropologia non è una di quelle discipline che possano offrire rosee carriere e lauti guadagni. Sempre più giovani laureati vanno all’estero perché in Italia non trovano paragonabili opportunità di lavoro, di ricerca, di formazione. Una politica miope (e questa volta si parla dell’intera nazione) ha scelto di spendere risorse per la formazione di giovani (spesso di grande talento) che poi non trovando le opportunità per spendere o per perfezionare questa formazione devono spostarsi in altri paesi, contribuendo così alla crescita scientifica e culturale di quei paesi e non del nostro. Direi che la situazione è assolutamente deprimente.