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Pinerolo Indialogo

Novembre 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 

La finanziaria - La legge di stabilità
La chiamavano "stangata"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.11 - Novembre 2013

 
Nel linguaggio comune la chiamavano "la stangata", anche se l’espressione aveva poco a che vedere con il celebre film del 1973, con Paul Newman e Robert Redford. Era la vecchia "finanziaria", nata nel 1978 e seppellita poi con la legge di stabilità: il suo compito era quello, semplice e brutale, di affiancare la legge di bilancio, la quale, non potendo prevedere nuovi tributi e nuove spese, era inidonea a rimediare al debito che ogni esercizio, da vari anni, veniva accumulando, sino a regalarci la montagna che oggi ci sta schiacciando. La "finanziaria" provvedeva a quel giro di vite che la legge di bilancio non poteva dare, e perciò suscitava molti più lamenti che applausi.

Oggi i vincoli di bilancio sono stati addirittura scritti, con eccesso di zelo, nella Costituzione (art. 81), e perciò la legge di stabilità, obbligata a raggiungere quell’obiettivo, sta percorrendo il suo tragitto parlamentare sballottata come un fuscello, perché non c’è nulla di così controverso come la destinazione dei quattrini, quando le esigenze sono molte e le risorse poche. Per ogni individuo o gruppo o corporazione, quelle primarie ed imprescindibili sono le esigenze proprie, ed è arduo fare una classifica.

Tuttavia ci dovrebbe essere almeno una bussola, un criterio di fondo, e in effetti c’è. In forza dell’art. 3 della Costituzione, come è arcinoto, "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli … che [limitano] la libertà e l’eguaglianza dei cittadini". Che l’eguaglianza sia a brandelli è sotto gli occhi di tutti. Dunque, se "è compito", della Repubblica contrastare questo fatto, ciò non può essere un optional, una scelta del governo a seconda del suo colore politico, un qualcosa che si fa se si può, se ci sono i soldi. E’ un dovere, al quale tutti dobbiamo concorrere, e su questo non si discute.

Sino a ieri la risposta a questo "compito" consisteva nel dire che l’art. 3 è una norma programmatica, cioè un traguardo al quale bisogna tendere, compatibilmente con le situazioni concrete, con le possibilità e con le risorse che ci sono, insomma con tutto l’armamentario delle giustificazioni che sappiamo escogitare quando ci incalza qualche cosa di scomodo per le nostre tasche.

Oggi, di fronte alle devastazioni sociali che la crisi sta producendo, le tensioni crescono e sono diventate numerose e imperiose le voci che vietano di prendere alla leggera la Costituzione. Siccome in un’altra parte della Carta (in quel titolo V che è stato convalidato da un referendum nel 2001) si parla di "livelli essenziali di assistenza" che vanno comunque assicurati, ne consegue che ogni bilancio deve innanzi tutto definire e stanziare le risorse necessarie per garantire quei livelli nelle materie fondamentali (sanità, istruzione, previdenza, reddito minimo) e solo dopo, una volta che quei livelli sono assicurati a tutti, subentrerà la libertà di scelta della politica.

Non è una fantasia, è la conseguenza del fatto che i diritti vanno presi sul serio. Se lo facessimo, sarebbe un’autentica rivoluzione. Perché la politica è senza dubbio autonoma nei suoi orientamenti e nelle sue scelte, ma solo dopo aver fatto salvo ciò che non appartiene all’area dell’opinabile.

Mi pare che quelle voci abbiano ragione da vendere.