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Pinerolo Indialogo

Dicembre 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 

Ipotizzare per la pubblicità in spazi definiti
Liberati dalla pubblicità

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.12 - Dicembre 2013

  Fa una certa impressione, per chi rientra in Italia dopo aver trascorso anche solo pochi giorni in un Paese vicino, ritrovarsi immerso nel silenzioso frastuono della pubblicità stradale, che in quelli è quasi del tutto assente. Lo scorrere nostrano di cartelloni ai lati delle strade, quel brulichio cittadino di insegne, di manifesti, di pannelli per richiamare un’attenzione ormai anestetizzata, tutto questo riflette anch’esso il nostro carattere nevrotico e tracimante, la nostra indifferenza verso l’armonia di un paesaggio per quanto modesto, verso il nitore di un quartiere, verso la stessa intimità di noi con noi stessi. E’ uno spreco di bellezza e di compostezza, per giunta inutile, posto che l’aumento del traffico e la crescente velocità media dei veicoli, nonché la normale fretta e concitazione dei camminatori, rendono altamente improbabile che il messaggio pubblicitario ci raggiunga e sia percepito.

Il raffronto produce allora una domanda ed uno stimolo: dal momento che sentiamo spesso invocare un’identità per il nostro declinante territorio, perché non offrire - ai residenti, ma anche agli esterni - l’immagine di una città libera dall’assedio pubblicitario? una città che, pur consapevole di vivere in questo tempo e all’interno di un certo stile, rivendichi la propria adesione ad una cultura della sobrietà, ad una tutela del proprio passato urbanistico, ad un rifiuto dell’intrusione suggestiva, ad una ricerca di quella bellezza mite che è fatta anche dell’assenza di eccitazioni consumistiche? Perché, se vogliamo far parlare le mura, non le rendiamo, se mai, sede di citazioni di pensieri elevati, di poesie, di appelli che ci rendano un po’ più saggi e un po’ meno ossessionati dall’ansia di possedere cose?

E’ prevedibile la replica: la pubblicità dà lavoro a chi la allestisce, e frutta qualche provento a chi la consente negli spazi pubblici. D’accordo. Si può allora ipotizzare una formula simile a quella già praticata in altre città straniere: individuare pochi spazi definiti (muri o strutture di qualsivoglia tipo) e concentrare su di essi ogni messaggio, liberando le strade dai tabelloni, i muri dalle affissioni, le vie dal carnevale di insegne petulanti, che potranno permanere davanti al pubblico esercizio, ma non protendersi con arroganza sul profilo delle vie.

Quei pochi spazi "dedicati" renderanno più pregiata, e quindi più cara, la pubblicità di chi insisterà ad avvalersene; e potranno favorire lo scambio tra il loro uso e, ad esempio, la manutenzione del verde pubblico e la gestione di aree pubbliche in pro’ della città. Sono convinto che un’operazione del genere richiamerebbe una favorevole attenzione sulla città, assai più di altri cliché ormai logori ed inespressivi.

L’iniziativa, oltre tutto, dovrebbe essere a costo zero, o quanto meno essere compensata dalla scomparsa della bruttura e dall’incremento della cura: in altre parole, dal miglioramento della qualità della vita. Oltre che - diciamolo sottovoce, ma diciamolo - dal contributo a quel cambiamento di mentalità che è ritenuto ormai indispensabile per uscire dal groviglio di contraddizioni e di iniquità generate dal pensiero unico dominante.