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Pinerolo Indialogo

Gennaio 2013


Dialogo tra generazioni

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Storie 



Irene racconta...

"Tutto è incominciato con delle macchie sul corpo e poi... : è leucemia!"

di Irene Ambricco

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.1 - Gennaio 2013

 Tutto è iniziato all’incirca una settimana prima: avevo delle macchie sul corpo e visto che non erano sparite andai dal medico che mi disse che erano delle petecchie e che probabilmente erano causate da uno sforzo, tuttavia per sicurezza mi disse di fare degli esami del sangue. Andammo il giorno dopo alle 8.

A mezzogiorno, quando ero a casa, ricevetti una chiamata che diceva di correre al Regina Margherita. Gli esami avevano riscontrato dei valori altissimi di globuli bianchi e poche piastrine.

I risultati somigliavano terribilmente a quelli di un malato di Leucemia Mieloide.

Disperata piansi per un’ora, cercando di capire come sarebbe andata di lì a poco. Sarei morta? Ero davvero malata? Oppure avevano sbagliato gli esami? C’era anche questa possibilità, questa enorme speranza. Sarei guarita? Cosa voleva dire essere malata? Questa e altre milioni di domande mi scorrevano in testa mentre mangiavo di fretta, salivo in auto, mentre ascoltavo la musica dell’autoradio e mentre le ruote della macchina macinavano chilometri di strada. Adesso al solo ricordo, le mani mi tremano mentre batto i tasti sulla tastiera.

Nell’auto c’eravamo io, mia madre e mio padre, che era tornato immediatamente dal lavoro; mio fratello era andato a seguire le lezioni all’università, obbligato da me e dai miei... Volevo mantenere un briciolo di calma e poi desideravo non avere troppe persone attorno.

Come facevo a essere malata? Stavo bene. Voi mi siete testimoni; ditemi: il giorno prima sembravo malata? Io sinceramente direi di no, anzi dico di no. Non riuscivo a trovare dei sintomi, forse solo le macchie, un livido comparso sotto una ascella che non sapevo spiegare e il fatto che faticavo un po’ più del normale salendo le scale da due settimane a quella parte. Voi con questi soli sintomi pensereste alla leucemia? Io non lo avevo fatto... davo la colpa al fatto che mi ero rotta il piede e non ero più abituata a camminare.

Quando ho dovuto cambiarmi, andare al ospedale, sapendo di essere malata, il mondo mi è caduto addosso. Pensavo solo egoisticamente a me stessa. Solo quando ho attraversato le porte del pronto soccorso all’ospedale pediatrico, mi resi conto che non era cambiata solo la mia vita, ma anche quella della mia famiglia, quella dei miei parenti, dei miei amici, quella delle mie compagne, e minimamente anche quella dei conoscenti... anche se forse esagero. Più di tutto pensavo ai miei genitori, a mio fratello e incredibilmente anche al mio cane. Mi hanno detto che Viola, il mio amato cagnolino, mi cerca ancora per casa.

Prima di lasciarmi passare al pronto soccorso mi dissero di andare alle Molinette, perché ero troppo grande, ma poi mi chiesero l’età e mi misurarono il battito cardiaco e l’ossigeno nel sangue.

Dopo una chiamata in reparto decisero di farmi passare al pronto soccorso del Regina Margherita, nonostante non fossi più nell’età pediatrica, e tirai un respiro di sollievo; non perché le Molinette fosse un brutto ospedale, anzi è ottimo, ma perché il Regina Margherita è tra gli ospedali pediatrici migliori in Europa, se non il primo.

Nel mio reparto (oncoematologia) vengono persone da tutto il mondo.

Ci fecero accomodare in un corridoio tutto colorato con le poltroncine gialle.

- Ambricco - mi sentii chiamare e mi fecero la visita medica. Peso, altezza, battito cardiaco, temperatura, mi fecero un mucchio di domande.

- Hai avuto la febbre?- E io: - No, che io sappia, potrei averla avuta, ma senza saperlo-

- Da quando sono comparse le petecchie? - Una settimana circa - Lividi?- Solo questo-

- Segni di stanchezza, affaticamento? - Qui dissi delle scale, ma che non avevo nient’altro.

Mi squadrarono da capo a piedi, sembrava di partecipare ad un esperimento scientifico. Io ero lì in mutande e reggiseno coricata sul lettino, con due dottori e due specializzande che mi osservavano. "Irene Ambricco, la cavia umana".

Il medico mi disse che probabilmente ero malata, ma che non sapeva esattamente di cosa. Mi portarono in un altro stanzino e feci altri esami del sangue. Seguirono una radiografia e una ecografia come quella che fanno alle madri incinte.

Dovemmo aspettare ancora e io nutrivo molte speranze di essere sana e incrociavo le dita pregando che se fossi stata malata quanto meno lo fossi della cosa meno grave possibile. Ero più tranquilla e continuavo ad aggiornare su ogni minima novità le mie migliori amiche.

Leucemia Mieloide. Fu il verdetto finale. Ebbi una certezza che mi pesò sul cuore: ero malata.

Una signora, che non ricordo se fosse una Oss o un’infermiera, ci accompagnò fino nel mio reparto e passai la mia prima notte in ospedale.

Giovedì 11 ottobre ero ricoverata e mi fecero rimanere a digiuno; alle 11.00 avrei dovuto fare un intervento e l’esame del midollo osseo, ma finii per farlo alle sei di sera.

Il medesimo giorno il medico che mi avrebbe seguita mi disse esattamente cosa avessi: i globuli bianchi erano impazziti ed erano in soprannumero, e questo aveva fatto diminuire le piastrine e la loro mancanza aveva fatto apparire le petecchie e il livido. Avrebbe potuto fare diminuire anche i globuli rossi e se non fossi stata curata avrebbe causato moltissimi altri danni.

Mi illustrò la terapia: sarebbe durata sei mesi e avrei fatto 4 cicli di chemioterapia di una durata di una settimana ciascuno, intervallati da tre settimane in cui sarei andata in aplasia: avrei avuto un numero minimo di globuli bianchi. In questo periodo sarei rimasta comunque ricoverata, in pratica rimarrò qui per 4 mesi di seguito.

Nei restanti due mesi mi faranno dei trapianti di midollo osseo o di cellule staminali e in questo periodo forse potrò andare un po’ a casa.

Ci rimasi malissimo per due motivazioni: sarei stata ricoverata qui per ben quattro o forse sei mesi di seguito senza poter ricevere visite e a causa della chemio avrei perso i capelli.

La chemioterapia iniziò il giorno dopo. Mi misero un sacco di flebo. L’ho finita da praticamente due settimane e ne subisco ancora gli effetti: non riesco ad alzarmi perché appena mi alzo ho la nausea e mi è sparita completamente la fame.

Stando coricata sto bene, se non in rare occasioni, e mi sono abituata alla routine; ho iniziato a seguire le lezioni che mi restituiscono parte della mia vita prima dalla malattia. (Il Regina Margherita offre la possibilità di seguire le lezioni scolastiche in ospedale)

Ho iniziato a perdere i capelli da qualche giorno, ma mi ha fatto meno male di quanto pensassi e visto che erano diventati orribili, pieni di nodi, impossibili da sciogliere (sembrava avessi dei rovi in testa), li ho tagliati come il taglio più corto di Emma Watson; non sto bene come lei, ma mi dicono che non sto per niente male e così danno pure meno fastidio mentre cadono.

A volte mi abbatto perché non riesco a fare niente da sola e perché non posso vedere voi e le altre mie amiche... mi mancano pure i prof! Poi mi ricordo che tutti voi mi siete vicini con il cuore, che tutte mi sostenete, che il mio paese mi è vicino, tutti, anche le persone che non pensavo fosse possibile mi hanno mostrato il loro sostegno.

Il cartellone che mi avete regalato mi ha commossa; quando l’ho visto sono rimasta senza parole, avevo un sorrisetto ebete quasi avessi visto il ragazzo più bello del mondo.

Vi ringrazio perché vederlo mi ricorda voi e la scuola e soprattutto che io sarò lì a farvi compagnia, se tutto va bene, entro la fine della scuola, forse con una parrucca, una bandana o un taglio alla maschietto, un po’ più magra e non so se in piena forma, ma sarò lì. Non posso prometterlo, ma lo spero e le possibilità sono molte.

Sintesi da Onda d’urto, giornale degli studenti del Liceo Porporato, di cui Irene è redattrice.