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Gennaio 2013


Dialogo tra generazioni


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A proposito dei dati Istat

 

Se la laurea vale meno di un diploma


di Michele Barbero

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.1 - Gennaio 2013

 Che l’Italia non sia oggi un paese per giovani, né per studiosi, non è una grande novità. Ma l’annuario nazionale Istat, uscito lo scorso dicembre, ha portato un’ulteriore, impietosa conferma. Tra i recenti laureati si è registrato nel 2011 un tasso di disoccupazione più alto che fra i diplomati: 16% contro 12,6% per la fascia d’età tra 25 e 29 anni. Lo svantaggio riguarda anche la fascia 30-34, seppur con un gap molto più ridotto.

L’Istat cita, fra le ragioni di tale situazione, il "più recente ingresso nel mercato del lavoro di coloro che hanno prolungato gli studi". In effetti, dai 35 anni in su il rapporto si ribalta, e la mancanza di lavoro mostra livelli più alti per i diplomati che per chi può vantare una qualifica superiore. Ciononostante, il dato rimane un segnale inquietante: esso lascia trasparire una debole corrispondenza fra titoli ottenuti e posizione sociale raggiunta, con conseguente riduzione degli incentivi all’investimento su se stessi.

Questi dati si coniugano con alcuni fenomeni più noti, anch’essi confermati dall’Istat in questo come in altri rapporti pubblicati nelle ultime settimane. In mancanza di concrete prospettive di miglioramento delle proprie condizioni socio-lavorative future, i ragazzi che decidono di investire nell’istruzione sono sempre meno. In un quadro già di per sé arretrato, in cui appena l’11% della popolazione dispone di un titolo universitario, le immatricolazioni sono in diminuzione: -2,2% nel 2011 rispetto all’anno precedente. Ben più impressionanti sono però le ultime rilevazioni sulla fuga dei cervelli. Secondo un dossier di fine dicembre, dal 2002 al 2011 la percentuale di laureati tra gli italiani emigranti è più che raddoppiata, dal 12 al 27,6%. Ad andarsene sono dunque sempre più spesso quelli che, in teoria, dovrebbero disporre di maggiori risorse per costruirsi un futuro senza essere costretti ad abbandonare il proprio paese.

Naturalmente, la crisi non fa sentire il suo peso solo sui laureati italiani. Nel Regno Unito, la principale destinazione dei nostri cervelli in fuga, l’ufficio statistico nazionale (ONS) ha rilevato che chi ha appena terminato l’università ha molte più probabilità che un decennio fa di andare a svolgere un mestiere poco qualificato. In UK inoltre, come in Italia, la disoccupazione è cresciuta a partire dal 2008 anche fra i più istruiti. Ma in Gran Bretagna tali difficoltà non arrivano alle storture paradossali che caratterizzano il Belpaese. Sempre secondo l’ONS, alla fine del 2011 il tasso di occupazione fra i laureati recenti, che cioè avevano terminato gli studi negli ultimi sei anni, era sì leggermente più basso che per la media di tutti i laureati (85,5 contro 86%), ma rimaneva significativamente più alto di quello registrato fra chi non possedeva un simile titolo di studio (72%).

Insomma, la crisi non risparmia nessuno, ma in Italia essa sembra accompagnarsi ad un pesante cortocircuito strutturale, che scava un pesante divario con l’Europa più avanzata.