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Pinerolo Indialogo

Gennaio 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

Riflessioni per un'autentica "coscienza europea"


"Europa sì, ma Europa dei cittadini"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.1 - Gennaio 2013

 
Oggi l’Europa non gode di una bella immagine, anzi è sommersa dallo scontento, dall’insofferenza, addirittura da irritati rifiuti: stiamo perdendo la sovranità nazionale, basta con la dittatura dei burocrati di Bruxelles, basta con un rigore calato dall’alto, con i diktat della Merkel, della"troika", con tutti i piani di rientro che strangolano l’economia e le famiglie: usciamo dall’euro e anche dall’Unione, e non se ne parli più.

Questo atteggiamento si sta facendo diffuso, è addirittura il cardine del programma di alcune forze politiche, ed è molto pericoloso. L’animosità è comprensibile ma sbagliata, e i sacrifici non devono condurci a decisioni che sarebbero disastrose. E’ necessario fare opera di informazione e riflessione per produrre un’autentica "coscienza europea", per non essere preda di soli risentimenti.

Non voglio evocare un’immagine ideale dell’Europa, che pure ha una sua fondatezza. Pensa una cosa - si dice - e un Greco l’ha già pensata. Invoca un diritto, e un filosofo europeo l’ha già intuito e proclamato tempo fa. "L’Europa - diceva V. Havel - è il luogo dove le terre finiscono e dove i popoli cercano riposo"; il luogo, possiamo aggiungere, di tutte le turbolenze e di tutte le bellezze, delle guerre più atroci ma anche delle democrazie e dei pensieri più alti. D’accordo, non è il momento di fare poesia. Ma è la prosa, la dura realtà del nuovo millennio, quella che offre gli argomenti più solidi.

Ad esempio, chi, se non un organismo di dimensioni continentali e di grande autorevolezza, potrebbe porre un argine alla corsa all’indietro che si sta registrando nel mondo del lavoro, a causa della concorrenza da parte di Paesi nei quali i diritti dei lavoratori hanno poca o nulla tutela? Solo l’Europa può pervenire a stipulare accordi commerciali, e se del caso ad atti unilaterali di interdizione dai nostri mercati di tutti i prodotti che non incorporino una quota minima di protezione dei diritti dei lavoratori che li producono. Solo l’Europa può avere l’autorevolezza per imporre una tutela universale dell’ambiente, la quale ha dei costi che mettono fuori mercato le imprese che osservano le prescrizioni, a fronte di quelle che le ignorano. Rinchiudersi nelle dimensioni dei piccoli Stati, o peggio delle piccole patrie localistiche, mentre occupano la scena i colossi continentali, è cecità totale.

Anche la destinazione di immense risorse agli armamenti, per cui ogni Stato ritiene di dover aggiornare e potenziare il proprio apparato bellico, avrebbe in una forza unica europea - funzionale rigorosamente a scopi di difesa e di peace-keeping - una fonte di immensi risparmi, da destinare a spese sociali o ad investimenti per creare lavoro in una prospettiva keynesiana.

Una federazione continentale permetterebbe finalmente di unificare le politiche fiscali, ponendo fine a quella concorrenza al ribasso che mette le gambe ai capitali, pronti a spostarsi dove c’è più indulgenza, se un singolo Paese si propone politiche di giusta severità. Senza di essa, un reale contrasto all’evasione e un’efficace imposizione sui grandi patrimoni restano illusione.

Lo stesso è a dirsi per la crescita, che innanzi tutto deve proporsi secondo un modello non più quantitativo ma qualitativo (cioè con l’abbandono dell’infausto PIL, sostituito dall’Indice di Sviluppo Umano, ISU), e poi deve dimensionarsi su scala continentale. E solo l’Europa può agire contro le politiche avventurose di certe banche, che i singoli Stati si trovano in difficoltà a sanzionare una volta che il loro collasso si sia verificato, per non travolgere risparmiatori ed imprese, ma che un’efficiente unione bancaria (oggi solo ai primi passi) potrebbe prevenire alla radice attraverso un controllo tecnico imparziale e prudente.

Si potrebbe continuare. Quello che rallenta il formarsi di una coscienza europea è la natura ancora artificiosa e poco democratica della sua architettura istituzionale, che oggi è quella di una confederazione intergovernativa, cioè una somma dei vari egoismi nazionali, nella quale ciascuno esercita il suo bravo diritto di veto, e nella quale la maggior parte delle decisioni prescinde da una effettiva legittimazione popolare.

E’ su queste due direttrici che la presa di coscienza deve svilupparsi: la convinzione della sua indispensabilità, e la necessità di un più elevato tasso di democrazia. Proviamoci.