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Gennaio 2013


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 



Perosa Argentina, Marta Colangelo racconta

"Così è nato il wrapbook"

di Giulia Pussetto
Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.1 - Gennaio 2013

   Ci siamo imbattuti per caso nelle copertine scalda libro della wrapbook.it : un oggetto semplice ma in sé originale per avviare un’attività lavorativa. Abbiamo letto nel sito che l’idea proviene dalla Val Chisone, precisamente Perosa Argentina. Incontriamo Marta Colangelo, antropologa, referente del gruppo, per saperne un po’ di più.

Innanzitutto ci racconti di voi: chi siete? E com’è nata l’idea dello scalda libro?
    Il termine scalda libro è stato dato dalla casa editrice Effatà di Cantalupa, è stata lei a chiederci di collaborare dando fiducia al nostro lavoro. Il problema di queste copertine non è tanto produrle quanto più dargli visibilità e venderle. Effatà aveva chiesto alcune copertine in stoffa per delle bibbie ed in questo modo la casa editrice le ha rese visibili a Roma presso una fiera del settore, facendole conoscere come scaldalibro.

Noi che le produciamo preferiamo chiamarle wrapbook per adeguarci all’estero dove questo tipo di oggetto è comune quanto il segnalibro.

L’idea delle copertine in stoffa è nata dall’esigenza di dover foderare ogni anno i libri dei nostri figli. Io ed una mia amica, Carla, abbiamo trovato utile l’idea di confezionare copertine per i libri da poter usare sempre, lavandole semplicemente per rimetterle a nuovo.

Abbiamo notato che a scuola fra i compagni dei nostri figli l’idea è piaciuta in quanto anche altri le volevano. Oltre a ciò, avevamo amiche senza lavoro a causa della chiusura della fabbrica tessile New Cocot di Perosa. Loro sapevano cucire anche se in fabbrica non era la loro mansione, in più erano abituate a lavorare con precisione. Quindi, le abbiamo ritenute adatte per il confezionamento di questi scaldalibro, pensando in questo modo di poter offrire loro un sostegno al reddito. Abbiamo così deciso di proporre loro l’attività, che è quindi nata nel piccolo. Attualmente ci sono tre cucitrici, più me e Carla che ci occupiamo dell’organizzazione dell’attività.

Il fatto che queste signore fossero ex operaie è stato un vantaggio poiché possedevano già le competenze senza la consapevolezza di averle: erano perfettamente in grado di organizzare una produzione, produrre modelli e tracciarli.

Quali sono le prospettive di espansione della vostra attività?

Il prossimo step è allo stesso tempo il nostro problema attuale: trovare il modo di vendere questo prodotto.

Un’idea è quella di creare una collaborazione con le scuole: se adottassero una copertina per ogni bambino ogni scuola potrebbe metterci sopra il proprio timbro. Sarebbe un ottimo volano per la vendita. La nostra attività avrebbe un senso se riuscissimo a produrre 1000 copertine al mese. Le signore ora lavorano a cottimo ma il sogno è quello di affittare un posto che diventi sede di un’attività sociale per chi ha perso il lavoro, donne in particolare.

Avevamo fatto un tentativo di collaborazione con Stranamore ma non ha funzionato in quanto ci avevano solamente concesso un banchetto in occasione di un concerto e la visibilità è stata molto limitata, anzi nulla.

Partecipare al Salone del Libro sarebbe straordinario ma l’affitto di uno spazio costa 5000 euro e l’alternativa sarebbe trovare una casa editrice che ci ospiti.

Se la Coop avesse un atteggiamento sociale rispetto al territorio potrebbe diventare volano di vendita di prodotti locali.

Un micro tentativo era stato fatto con le Due Valli che però non ha funzionato in quanto loro avevano un atteggiamento troppo commerciale che non combaciava con le nostre necessità.

Abbiamo avuto la fortuna di avere l’appoggio di mia cugina Francesca, che lavora nella moda e ci ha fornito lo schema di produzione dei modelli e tiene corsi di formazione alle cucitrici per la produzione di modelli più complicati, ad esempio per il tessuto elastico che è difficile da cucire.

Uno dei nostri obiettivi principali ora è coinvolgere 5 o 6 cucitrici in modo da creare un gruppetto che si possa occupare anche di altri lavori di sartoria.

Qual è stato fino ad ora lo strumento migliore per ottenere visibilità?
   La partecipazione ai mercatini è stata fondamentale, ad esempio ci ha permesso di conoscere la casa editrice Effatà.

Al Palared invece abbiamo conosciuto una signora di uno stand vicino che ci ha regalato mezza cantina di stoffa che non usava più.

Queste occasioni sono state importanti anche per avere spunti e ascoltare le opinioni esterne per migliorarci, ad esempio alcuni ci hanno fatto notare che poteva essere utile fare una copertina con il retro diverso dal fronte per capire subito da quale parte prendere il libro. Le copertine precedenti invece erano identiche sia davanti che dietro.

Vi siete procurate un capitale iniziale o avete fatto in proprio? Vi appoggiate a qualche associazione o venditore?
  
Il capitale iniziale ci è stato dato da un’Associazione che si chiama Istituto Wesel che si occupa di promozione sociale. I costi iniziali li stanno sostenendo loro perché quello di cui necessitiamo è limitato poiché le signore usano le loro macchine private. Si tratta di un prodotto che richiede pochi investimenti.

Andando al di là della vostra esperienza, quali sono le prospettive lavorative per la Val Chisone?
    Ritengo che tutto dipenda dalla buona o cattiva amministrazione del territorio. Qui ci sono 16 comuni che dovrebbero fare sistema ed essere uniti magari avendo una voce comune, mentre invece accade che tutti si fanno la guerra e ognuno cerca di tirare acqua verso il proprio mulino rinsecchito.

Lo sbaglio è avere una mentalità individualista. Le valli dovrebbero avere un’unica voce ed incanalare le energie verso gli stessi obiettivi.

Questo territorio necessita di turismo, ormai qui l’industria ha perso la sua importanza. Un turismo più sostenuto, sfruttando la vicinanza di Torino, gioverebbe.

Ci sono centinaia di metri cubi vuoti non usati. Bisogna a parer mio reinventare. Inoltre c’è anche un grande flusso di francesi, perché non si sfruttano questi posti rendendoli attrattivi?

Ogni località dovrebbe specializzarsi, diversificando la zona e offrendo così di più.

Un consiglio per delle persone che hanno perso il lavoro, donne in particolare?
    Perdere il lavoro verso i 40 anni significa dovere cercare una seconda chance. Non si è ancora vicini alla pensione. Bisogna secondo me prendersi un attimo di tempo per pensare se si ha una passione. Chiedersi cosa si vuole fare, immaginare se si ha un sogno nel cassetto, un’abilità lasciata da anni in un angolo.

Spesso il problema delle donne è che si sacrificano tutta la vita per la famiglia e poi in ultimo, una volta vedove o in pensione, pensano poi a dedicarsi a qualcosa che amano fare. Gli uomini vanno a pesca, a caccia, in bici, trovano più tempo per le loro passioni.

Un problema è poi il fatto che molti disoccupati hanno bassa scolarità, quindi risulta necessario mettere volontà per imparare a fare qualcosa di nuovo.

Altro fatto è legato alla risorsa economica per potersi mettere in proprio: è difficile che la famiglia si indebiti per la donna, e spesso va a finire che il suo ultimo e unico lavoro sia il risparmio, che a sua volta crea baratto: io ti stiro questo, tu mi ripari quello, ecc.. Però si tratta di una mera sopravvivenza, il baratto crea legami ma limita la scelta, quindi c’è una riduzione di libertà.

In conclusione noi speriamo che per la nostra attività possano aprirsi nuovi orizzonti, sia per l’idea carina del prodotto in sé ( economico: perché evita di ricomperare nuove copertine ogni anno, utile: permette di mantenere la privacy della lettura quando si è sul treno, sull’autobus, e sostenibile: è di stoffa e basta rilavarlo a mano), sia per il valore sociale di questo lavoro.