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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2013

Dialogo tra generazioni

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 Sport 


Retropensieri
Considerazioni di sport e domande senza destinazione

di Andrea Obiso

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.2 - Febbraio 2013

 

  Desidero con questo articolo tirare le somme, descrivere e forse fare addirittura un appello a chi di dovere.

Di sicuro in questi mesi, durante le numerose interviste che ho fatto in giro per il pinerolese, di campioni non ne ho incontrati. Gente forte e appassionata però sì e a volte anche vincente. E allora vorrei che mi fosse spiegato, e soprattutto fosse spiegato loro, perché? Perché solo noi riusciamo a non avere un minimo di considerazione verso settori dello sport che ci danno visibilità nel mondo da sempre?

Perché i fondi devono per forza andare in un’unica direzione, dal momento che è l’unica che riusciamo a far fruttare? Perché i nostri atleti per essere competitivi in molti casi devono allenarsi all’estero dove ci sono strutture adeguate?

Certo sono domande di sport, non così fondamentali come quelle economiche, ma sono pur sempre domande e andrebbero poste a chi ora si vuole candidare alla guida del nostro Paese e quale occasione migliore di questa?

Mi dicano allora Lorsignori, dal momento che hanno in mano le ricette per uscire dalla crisi e la risposta a qualunque domanda, quanto si perde in termini puramente economici nell’avere atleti di comprovata fama e seguito, che si allenano e sfruttano impianti sportivi all’estero e che portano quindi soldi e sponsor ad altre federazioni?

Si risponderà che gli impianti costano, i soldi non ci sono e che comunque abbiamo problemi più urgenti. Vero. Ma ognuno vuole la sua parte.

Problema risolto? Certo che no. Teniamone comunque conto.

Da quando ho iniziato questa rubrica una domanda ho sempre voluto porla a quelle piccole realtà che autofinanziandosi da sole (e sono la maggior parte!!) si sono tolte e si tolgono tutt’ora soddisfazioni che formazioni calcistiche con "atleti" pagati (poco ma pur sempre pagati) se le sognano: "Capita mai che qualche ragazzo lasci il vostro sport per andare a giocare a calcio?"

Non ponevo questa domanda perché ero curioso della risposta (dato che già la conoscevo), la ponevo perché mi interessava vedere come reagivano: alcuni scuotevano la testa come a dire "che ci vuoi fare?", altri più stoiacamente dicevano "E’ capitato...", altri ancora facevano spallucce come dice "peggio per loro".

Ma la verità, e finalmente qui arrivo al motivo per cui ho voluto scrivere questo articolo, è che mi è sempre spiaciuto un po’ per loro...

Perché se fossero nati in un Paese diverso dall’Italia avrebbero molte occasioni in più per sviluppare la loro passione, e questo avrebbe anche contribuito a rimpinguare le casse dello Stato, per restare in tema.

E qui ritorniamo alle domande. Quanto sarebbe costato educare meglio la nostra popolazione sportiva e avere pieni (come accade in diversi Paesi europei) lo stadio di calcio, di rugby, il palazzetto di basket e quello di pallamano nella stessa città, contemporaneamente?

E quanto ci costa adesso avere un solo sport preminente, il quale, non solo non frutta più molto, ma non riesce neanche a stare a galla e che, proprio perché é solo, si porterà a fondo (a meno dell’ennesimo salvataggio statale) tutto il CONI se va avanti così?

Sono domande che non arriveranno a destinazione, lo so, tuttavia ho voluto prendermi questo spazio normalmente occupato da interviste, per cercare di far capire che non esiste un limite definito fra ciò che è lucrativo e ciò che è divertente.

In altri Paesi lo sanno, lo applicano e salvano il posto di lavoro a un sacco di gente, noi, al solito, restiamo al palo.

Qualcuno lo doveva dire e per una volta mi piace pensare di essere stato io...

Alla prossima intervista!