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Pinerolo Indialogo

Febbraio 2013

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


La stagione teatrale del Sociale

Aspettando Godot

di Federico Gennaro

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.2 - Febbraio 2013

  Era il 3 agosto 1955. Arts Theater di Londra. "Aspettando Godot" attraversa la Manica per la prima volta, sotto la regia di Peter Hall, non uno qualunque. Il giorno successivo Vivian Mercier scrive quella che probabilmente resta una delle recensioni più celebri dell’opera di Samuel Beckett: "Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte". Punto. A distanza di quasi sessant’anni e dopo fiumi di parole, interpretazioni, esegesi più o meno riuscite, questa probabilmente resta la migliore critica mai fatta. Vivian Mercier non fu certo un detrattore di Beckett, anzi, e forse un po’ inconsapevolmente riuscì a definire perfettamente e senza troppi ricami quel grottesco gioco messo in scena da Vladimiro ed Estragone, Pozzo e Lucky.

Jurij Ferrini e Natalino Balasso, rispettivamente Didi e Gogo nell’adattamento andato in scena il 18 gennaio scorso presso il Teatro Sociale di Pinerolo, hanno riproposto l’opera seguendo il consolidato schema tradizionale, a partire dai costumi e dalla scenografia. Sul palco, unico elemento presente, un albero senza foglie e pochi rami, nient’altro. Vladimiro ed Estragone si rincorrono intorno a quest’unico punto di riferimento scenico (ma lo è realmente?), tentano persino di impiccarcisi nel I atto, utilizzano per intero il palco riempiendo quel vuoto fisico ed esistenziale con una serie di mulinelli linguistici. E proprio l’albero, elemento fortemente evocativo nel testo, appare un po’ spoglio, la scelta di affidarsi ad un’allestimento così essenziale carica gli attori della responsabilità di riempire con la propria presenza l’intero spazio a disposizione (davvero molto!) e forse questo non sempre lo fanno al meglio. Di forte impatto invece le luci, modulate seguendo lo svolgere della giornata dei due clochards, a partire da una luce bianca che via via assume i toni freddi del crepuscolo, e poi del chiaro di luna.

"Non c’era nulla da cambiare", spiega Balasso, perché "è da quel testo che finisce il teatro naturalistico e della sua idea che un albero rappresenti un albero. Oggi, nell’era del cinema, non ha senso cercare la veridicità nel teatro. È molto più forte invece cercare sul palco l’evocazione".

E l’evocazione maggiore, in questo testo, è senza dubbio quella dell’attesa. Attesa per un personaggio che non comparirà mai, solo grossolanamente delineato nei tratti fisionomici ma mai realmente definito. God-ot rappresenta Dio? E’ il destino? O è l’emblema delle eterne frustrazioni dell’uomo (Go-dot)? Poco importa alla fine, "nemmeno io so chi sia Godot"disse Beckett, e la vera grandezza del testo risiede forse proprio nella assoluta libertà che lascia allo spettatore, protagonista in scena.

Balasso si rivela al pubblico come attore all’altezza del ruolo, riuscendo (quasi) sempre a tirare le fila del testo e concedendosi poche pause nell’arco della commedia. E d’altra parte il suo Estragone è sì un po’ troppo bonario, ma sicuramente divertente, di una comicità fatua terribilmente amara, "l’humour et le nèant" secondo Beckett. Umorismo che si compie alla perfezione nel finale, in un crescendo che in realtà in scena si traduce in una progressiva stanchezza fisica e spirituale per Vladimiro ed Estragone, sempre più lenti, sempre più impotenti.

"Well? Shall we go?"
"Yes, let’s go"
They do not move.