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Pinerolo Indialogo

Marzo 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


Il tempo del cambiamento e 
la fatica dell'agire politico

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.3 - Marzo 2013

 
Il turbine delle emozioni a ridosso del voto ha ormai depositato un po’ di polvere, e i pensieri incominciano ad assestarsi. Uno prevale sugli altri, anche se è piuttosto un’inquietudine che una traccia: una larga parte dell’elettorato ha chiesto con forza il cambiamento. Un cambiamento a prescindere, senza domandarsi che cosa sarebbe avvenuto dopo. Cambiare perché non se ne può più: di cosa? di tutto. Con la stessa infantile voluttà del nuovo che si respirava nell’immediato dopoguerra, quando accadeva di leggere annunci di questo tipo: "scambio qualsiasi cosa con qualsiasi altra cosa".

Un quarto dei votanti ha espresso questa volontà con la rabbia che nasce dal malessere, dalla povertà, dalla disoccupazione forzata, dalla perdita del proprio futuro. Lo ha chiesto indifferente al "dopo che si fa", alle regole del gioco con le quali si dovranno pur fare i conti. Lo ha chiesto contro, con l’esasperazione di chi ha urlato a lungo senza essere ascoltato, spinto da un’avversione totale contro la classe politica tutta intera (in questo sbagliando); senza distinzioni perché la rabbia e il rancore accumulati non sanno distinguere; senza un percorso in mente perché nella collera estrema prevale la logica del "per intanto": per intanto mandiamoli tutti a casa, per intanto (quegli altri) riprendiamoci gli euro dell’Imu; poi si vedrà. Qualcuno provvederà, lo stellone italico, l’uomo della provvidenza, il fatalismo, l’arte di arrangiarsi, qualsiasi cosa ma non più questa palude.

Commentatori autorevoli plaudono a questo ribollire che ha trovato la strada per manifestarsi ed ha fatto intendere la solfa anche ai sordi. Non mi unisco a quelli, perché la politica non è distruggere i forni per avere più pane, e perché ora l’orizzonte è scurissimo. Ma mi immedesimo in chi ha urlato il suo "basta!" ed ha messo in campo un’energia mobilitante, una scossa tellurica capace di distruggere ma forse anche di costruire, un’esplosione di quel desiderio la cui mancanza era stata analizzata dai colti, ma non saziata dagli ignavi.

Dunque, liberiamoci da quelli, poi si vedrà: ma è difficile vedere, mentre ancora si sta depositando la polvere delle macerie, che hanno travolto i malvagi e gli incolpevoli. Per vedere servono gli occhiali dell’esperienza e della responsabilità. I problemi che sono e saranno sulle spalle di tutti, compresi gli alfieri della collera demolitrice, sono così gravi e così tanti tutti insieme, che forse non è mai accaduto l’eguale: le migrazioni di massa, il degrado dell’ambiente, il debito che ha già impoverito il futuro prima che nasca, le diseguaglianze che minano la democrazia, la perdita della fiducia e della relazione, il piacere dell’onestà che è scomparso, la ristrutturazione che uccide il lavoro, la penuria delle risorse alimentari e di quelle energetiche. E tanti altri ancora.

Le energie vitali sprigionate il 24 e 25 febbraio sono l’unico patrimonio del quale adesso disponiamo, la risorsa impossibile racchiusa in talune pieghe della storia. Solo su quelle possiamo contare, accantonando i risentimenti e le paure. Le rivoluzioni sono il sale del percorso dell’umanità; sono state quasi sempre cruente (e questa non lo è stata); quasi sempre seguite da incertezze e sbandamenti (anche questa lo sarà); sempre portatrici di semi che hanno fatto crescere l’umanità. Anche questa lo può essere, se, deposta la rabbia, mette mano ai mattoni ed alla calce della ricostruzione. All’insegna del pronostico di Beppe Grillo, la sua immagine più felice tra le tante infelici metafore mortuarie: "Saremo tutti più poveri, ma almeno saremo più solidali". Se il Movimento saprà strutturare questa profezia nella fatica dell’azione politica, sia il benvenuto.