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Pinerolo Indialogo

Marzo 2013


Dialogo tra generazioni

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 Sociale & Volontariato 



"Beata vecchiaia!"


Una fase della vita capace nonostante tutto di creatività

 

a cura di Alice Albero
Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.3 - Marzo 2013

  Si chiama vecchiaia; a volte però viene strategicamente indicata con degli eufemismi atti ad abbellire quello che, per definizione, è un processo di decadimento fisico e psichico. "Vecchio" è una parola che stona, che impaurisce, e allora conviene sostituirla con altre capaci di rassicurarci... occorre mettere al lavoro la più bizzarra fantasia per riuscire nell’impresa: "over 60", "senior adults", "pantera grigia", "Nyss" (New young sixty-seventy). Il vocabolario si arricchisce di sinonimi più opportuni perché è così che vuole la collettività.

Sempre più viviamo in una società che, non solo prende le distanze dai suoi anziani, dimenticandosi di loro poiché non più produttivi, ma che incoraggia i propri individui-membri a mimetizzare l’età avanzata pubblicizzando i più svariati rimedi (creme anti-age, interventi chirurgici, ecc.). Ribelliamoci e proviamo, per una volta, a muoverci contro corrente, parlando di un’altra vecchiaia: non di quella delle rughe, della disabilità o della solitudine, ma di quella fase della vita ancora capace di creatività.

Sono state le parole di alcuni anziani pinerolesi che ho intervistato per una ricerca ad ispirare in me questa rivoluzione d’immagine. Nei loro racconti ad essere protagonisti non sono la decadenza, il deperimento o la debolezza: non c’è spazio per l’immagine del vecchio come peso per la famiglia, come soggetto a rischio di povertà ed emarginazione; ora a pretendere ascolto è un’età che rende autentici, perché "ogni giorno che passa perdi un pochino di te stesso. E quello che perdi è solo l’involucro" (Caterina, 85 anni).

L’invecchiare diventa quasi un fare pulizia di noi stessi, è come grattare via la materia secca e superflua e scoprire il nucleo, la vera essenza.

La terza età si configura anche come l’occasione per liberarsi da quei ruoli imposti dalla vita, per dedicarsi finalmente alla propria persona, alle proprie passioni e inclinazioni. E se a volte la vecchiaia comporta una presa di coscienza, poiché diventa "la consapevolezza di aver consumato un diritto; il diritto di vivere" (Bina, 90 anni), altre volte anziché la fine "è l’inizio di qualcos’altro. È l’avere più confidenza con il proprio corpo perché hai imparato a conoscerlo, è l’amare di più le piccole cose, come la luce del cielo che si riflette sulle montagne; è prestare più ascolto agli altri perché hai più tempo per farlo, è accorgersi del profumo della neve e del canto degli uccelli al mattino. È la possibilità concessa all’uomo per conoscere se stesso" (Adriano, 88 anni).

E quando si esauriscono le parole, è la cultura popolare con i suoi detti, a parlare per noi... e allora: "La vecchiaia non voleva mai morire perché ogni giorno aveva qualcosa da imparare".