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Pinerolo Indialogo

Marzo 2013

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Teatro Stabile di Torino

Look back in anger/Un tram..

di Federico Gennaro

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.3 - Marzo 2013

  "Look back in anger", ricorda con rabbia, fu portato in scena per la prima volta nel maggio del 1956 al Royal Court Theatre di Londra. Il successo dell’opera fu strabiliante, tanto da rimanere in cartellone per 18 mesi di fila, nonostante nei primi tempi fosse stata duramente criticata e persino rifiutata da numerosi impresari. John Osborne fu così scelto come portavoce di quelli che si definivano "angry young men", i giovani arrabbiati, arrabbiati perché frustrati da una società, quella Inglese, fortemente elitaria e poco propensa ad avvicendamenti nei ruoli di potere.

Luciano Melchionna, regista e curatore dell’adattamento andato in scena dal 5 al 10 febbraio presso le Fonderie Limone di Moncalieri, probabilmente ha scelto un momento storico estremamente favorevole per riproporre l’ opera del drammaturgo inglese. Non tanto forse per quel senso di solitudine, di impotenza, di vuoto assordante che si respira nel testo, quanto per quella rabbia, a tratti furiosa e a tratti più sottomessa, che non riesce a trovare alcun bersaglio su cui rivolgersi, portando i personaggi in scena quasi a scannarsi tra di loro, senza (apparente) motivo.

A suo tempo la pièce venne definita "manifesto di una generazione"e sicuramente fu uno dei primi segnali di quanto poi sarebbe avvenuto negli anni successivi, andando a delineare con contorni un po’ più netti la figura dell’ "uomo contro", ucciso dalla noia, dalla ripetitività e dall’indifferenza generale («Non vi accorgete del dolore che andate seminando? Io ne sono l’emblema, il Cristo crocifisso dall’Indifferenza!»).

Stefania Rocca e Daniele Russo - Jimmy ed Allison, la coppia protagonista- risultano però davvero poco credibili nelle loro interpretazioni, troppo piatte e monotone, senza particolari sfumature, che poi sono le vere caratteristiche che fanno grandi questi personaggi. Peccato, perché i tempi erano quanto mai maturi per questo testo.

Di tutt’altro spessore invece la prova fornita da Laura Marinoni e Vinicio Marchioni nella riproposizione di un classico del teatro americano di metà Novecento, "Un tram che si chiama desiderio", dal 12 al 24 febbraio presso il teatro Carignano di Torino. Sotto la buona regia di Antonio Latella, una delle nuove e più promettenti figure emergenti del teatro italiano, viene rappresentata la via crucis di Blanche (Laura Marinoni), donna di origini aristocratiche profondamente segnata nell’animo da un trauma giovanile e ormai priva di quei punti di riferimento che tanto avevano significato nella sua giovinezza. Interessante anche l’idea di incentrare l’intero racconto su un’unica prospettiva, quella della protagonista, quasi fosse una seduta psicoanalitica in diretta: «Ho capovolto la storia – scrive Latella – concentrandomi sulla scena finale in cui Blanche si abbandona al medico che la allontana dalla casa.Gli spettatori vedranno quindi l’intero dramma accadere nella testa di Blanche, come se si trattasse della memoria di una vicenda filtrata dai suoi occhi. Credo che da questa prospettiva il testo possa assumere una dimensione contemporanea: la sua mente diventa il luogo dell’azione, lo spazio scenico».

Un assaggio della stagione teatrale proposta dalla fondazione del Teatro Stabile di Torino, come al solito sempre molto variegata e ben assortita, solo a volte un po’ troppo attenta al nome e poco alla qualità finale del prodotto.