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Pinerolo Indialogo

Giugno 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


"Soprattutto creare lavoro"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.6 - Giugno 2013

 
La politica, alla fine, fa sempre la cosa giusta. Peccato che la faccia dopo aver perso un mare di tempo a tentare quella sbagliata.

Siamo al sesto anno di crisi, e non è bastato constatare la miseria più nera in alcuni Paesi dell’Europa (Grecia e Portogallo) né registrare paurosi indici di disoccupazione giovanile in altri (Spagna e Italia), e sintomi di recessione in tutti: è stato necessario che la contrazione del benessere lambisse anche i templi della ricchezza (la Francia da tempo, e solo ora anche la Germania) perché i governanti più sordi si rendessero conto che la situazione è insostenibile, ed occorre fare ciò che il senso comune suggerisce da tempo: un’effettiva politica del lavoro, nel senso di crearlo là dove spontaneamente ha smesso di generarsi.

Come è vero che solo il disagio dei benestanti è il vero barometro del dolore del mondo!

Creare lavoro deve essere la semplice, elementare, irrefutabile idea-guida del tempo presente e della politica. Crearlo stimolando il mercato del lavoro, e sta bene. Ma soprattutto crearlo anche là dove il mercato non lo produce da sé: cioè nel campo dei beni non scambiabili, di quei beni e servizi che hanno un’oggettiva utilità, ma non un fruitore specifico, e quindi non hanno mercato perché non hanno un "compratore" in senso stretto.

Lo spazio è vastissimo: comprende le opere pubbliche, sia quelle imponenti che fanno da impianto infra-strutturale e da volano per le altre; sia quelle più numerose dei tanti cantieri ad avvio immediato (cento, mille interventi di manutenzione del territorio); include i servizi primari alla persona, i bisogni inappagati che troviamo agli estremi anagrafici della vita (le mamme con bambini piccoli, le famiglie con anziani) o là dove il risultato "non è venuto molto bene" secondo i cànoni della normalità (disagio, disabilità, devianza); spazia quasi senza confini nel campo dei beni culturali, dell’istruzione, della ricerca, di tutto ciò che ci permette di respirare bellezza e lievità.

E’ facile l’obiezione: chi paga tutto ciò? Posta in questi termini, la domanda reca già in sé la risposta, ovviamente preclusiva: se non c’è un compratore, non ha senso economico produrre quei beni e quei servizi. Eppure non facciamo la stessa domanda se si tratta di sostenere le spese per la difesa, per la circolazione stradale, per qualche campionato mondiale o qualche evento assai meno indispensabile. Dunque, si tratta di scardinare un blocco mentale, di percepire che certe disfunzioni sociali sono ormai così gravi e diffuse da preludere a una sorta di genocidio spirituale. Che non si può più giocare a costi e ricavi, quando sulla colonna dei costi si legge la disperazione di massa. Che lo spreco di un’intera generazione è il primo capitolo di una spending review minimamente assennata. Che questo impegno, inteso a preservare in un unico abbraccio l’habitat e gli abitanti, è la vera idea-guida alla quale ancorare ogni progettualità.

Gli strumenti per attuarla ci sono, e vengono illustrati da tempo. Sono la programmazione dell’insieme degli interventi, a livello europeo. Un’imposizione anch’essa europea, a forte carattere progressivo, risparmiando i ceti meno abbienti, per finanziare il piano di opere. Lo scorporo delle spese, relative alle opere approvate, dalle contabilità ufficiali, poiché sono spese di investimento. L’ampia compensazione del momentaneo passivo di bilancio con gli attivi derivanti dalla creazione di occupazione, quali l’aumento dell’Irpef sulle retribuzioni dei nuovi occupati, dei contributi, dell’Iva e di altre sorgenti tributarie, oltre che con la forte diminuzione delle spese assistenziali per soccorrere la disoccupazione. E persino, al limite, l’eventuale adozione di una moneta parallela, utilizzabile soltanto fra gli attori economici del piano, e quindi non incidente sul debito pubblico, ma idonea ad un forte sviluppo economico.

L’ingegneria economica è ricca, se è sostenuta, sul piano sociale, dalla convinzione di imboccare una rotta positiva, a fronte di uno smottamento progressivo delle speranze e dei legami sociali. Cui nessun pareggio di bilancio saprebbe opporre rimedio.