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Pinerolo Indialogo

Giugno 2013

Dialogo tra generazioni

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  Teatro


Valerio Binasco al Carignano

Giulietta e Romeo

di Federico Gennaro

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.6 - Giugno 2013

 Non è mai facile affrontare un classico della drammaturgia, a maggior ragione quando si tratta del "classico dei classici", Romeo e Giulietta. Il rischio di cadere nel giàvistoegiàfatto è davvero alto, e la prima vittima in questi casi è quasi sempre lo spettatore costretto a tre ore di incessanti dichiarazioni e controdichiarazioni da parte dei due giovani amanti veronesi. Tuttavia questa volta l’operazione è riuscita e non sorprende scoprire che Valerio Binasco, regista dell’allestimento di "Romeo e Giulietta" andato in scena presso il teatro Carignano dal 23 aprile al 5 maggio, abbia vinto il prestigioso premio Ubu 2011 per la miglior regia (in ex aequo con le "Operette Morali" di Mario Martone).

In scena si disegnano i contorni di una Verona sonnacchiosa, un po’ noiosa e sicuramente molto annoiata, sospesa in un’epoca indeterminata, forse a cavallo tra il ‘600 e i giorni nostri, sicuramente con elementi di entrambi. Fortunatamente sul palco non compare mai un Mercuzio a cavallo di una motocicletta e Romeo non si abbandona a look troppo faciloni e ammiccanti, al massimo scappa una maglietta degli Iron Maiden a Padre Lorenzo, ma la bravura di Filippo Dini (premio Le Maschere del Teatro 2011) nell’interpretazione del religioso fa passare tutto in secondo piano. Il dramma riesce a svolgersi in modo leggero quando serve, senza intaccare i pezzi forti della tragedia, mantenuti vivi dalle interpretazioni della giovane attrice turca Deniz Ozdogan (Giulietta) e da Francesco Montanari (Romeo), conosciuto al grande pubblico grazie al ruolo del "Libanese" nel televisivo Romanzo criminale. Solo in alcune occasioni si percepisce una mancanza di uniformità nella regia, soprattutto in alcuni cambi di scena dove la variazione di registro appare un po’ macchinosa e forzata. Nel complesso l’allestimento è comunque di ottimo livello, Valerio Binasco e i suoi attori si divertono giocando con lo spettatore e cercano di spingerlo in quella Verona - a tratti illuminata delle luci di Las Vegas - che non si libera mai, ad eccezione del finale, di quell’alone di gretto perbenismo borghese che il regista ha voluto sottolineare più volte ma che del resto si ritrova già nel testo originale di Shakespeare.

« È un’opera così famosa– scrive Binasco – che è impossibile sfuggire al già visto. In più mi accorgo che del testo mi piacciono soprattutto cose marginali: i personaggi secondari, il tono da commedia, il provincialismo italiano (di cui Shakespeare non sapeva nulla, certo, ma come non pensarci quando vedo quei poveri giovinastri Capuleti e Montecchi che si aggirano per Verona, nella nebbia, nel niente da fare delle province del Nord, determinati in modo quasi scientifico a diventare imbecilli come i loro genitori, antesignani illustri dei poveri baldi padani odierni … ?)

E sicuramente l’imbecillità umana non manca mai di essere sottolineata, soprattutto nei personaggi secondari, ma la ricerca di un’ostinata leggerezza spesso mal si sposa con quelle che diventano caricature macchiettistiche dei principali vizi umani. Una madre avvinazzata ha il sapore un po’ fastidioso di déjà vu, ma una balia che gioca continuamente con doppi sensi e facili battute alla lunga azzoppa un po’ lo spettacolo.