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Pinerolo Indialogo

Luglio 2013


Dialogo tra generazioni
 
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 Lettere al giornale 

 


"Fare economia? Sì, di territorio"

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.7 - Luglio 2013

  Quante volte abbiamo imprecato alla cementificazione selvaggia, al consumo sfrenato del suolo, che una volta compromesso non tornerà mai più quello di prima, come un’innocenza perduta! Quante volte abbiamo guardato dall’alto (da un aereo, un colle, un punto panoramico) uno spazio sbocconcellato dalle nostre arroganze padronali, una superficie sulla quale lo sguardo non riesce a distendersi perché intralciato da capannoni e da fabbricati sciatti e vuoti.

E abbiamo invocato un alt allo sperpero del territorio, un basta al dilagare della bruttezza ottusa, alla bulimia del mattone che negli ultimi 50 anni ha accresciuto del 166% le aree edificate in tutta la storia precedente. Era uno sdegno rassegnato e perdente (sperimentato anche nel nostro territorio), una delle tante velleità dei sognatori, guardate con bonomia da chi ricorda che ci vuole realismo, che c’è la crisi e l’edilizia produce occupazione e profitti.

Ebbene, c’è una sorpresa. Nel disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 15 giugno scorso (il c.d. "decreto Fare") compare un paragrafo persino emozionante, dedicato al contenimento dell’uso del suolo, al riuso delle aree edificate, alla conservazione della vocazione naturalistica per quei terreni che la possiedono, alla promozione dell’attività agricola sul suolo tutelato. Al rispetto, insomma, della terra, dell’alma mater, madre prima di tutto perché ci nutre.

Non è solo un proclama di buone intenzioni. Si legge che verrà definita l’estensione massima della superficie agricola consumabile; che i Comuni dovranno censire entro un anno le aree recuperabili; e che, se non l’avranno fatto correttamente, nessuna costruzione potrà essere ammessa su un territorio non edificato.

Sembra di leggere i proclami dei ragazzi della via Gluk. E’ il principio che quel pezzo di terra può essere tuo, ma il paesaggio non è tuo, è di tutti. La tutela del paesaggio sta scritta nella Costituzione, anzi nei suoi principi fondamentali, mentre in quei principi non compare più il "sacro" diritto di proprietà. Significa che il paesaggio non è un lusso per turisti romantici, non si arresta alle soglie della città, non può essere subalterno ad altri valori, compresi quelli economici, perché fa parte della nostra cultura e della nostra identità. Significa, ed è questo il risvolto nuovo e "giovane", che solo un atto sovrano può disporre di quella cosa preziosa che è il territorio, cioè un’autorità che rappresenta gli interessi di tutti, perché tutti ne siamo i custodi.

E’ la logica dei beni comuni, che viene spontaneo legare alla propensione, presente soprattutto nel mondo giovanile, di un ritorno alla terra ed ai campi, al sapore del pane. Contrapporre la fatica di un gesto agricolo all’aridità di un tasto premuto per muovere soldi. Intravvedere, sotto il linguaggio nuovo, il transito dalle emozioni condivise all’ufficialità di un testo di legge. Un documento che non sappiamo se crescerà e vivrà, un cammino che dovrà essere seguito per evitare che inciampi nelle "saggezze" dei grandi. Ma pur sempre un segnale di ascolto delle tante proteste contro la città che si allarga e divora, contro il suolo che sparisce, il mondo pattumiera, l’economia che ha le sue leggi, il baratto insano tra le occhiaie vuote dei fabbricati di ieri e le messi di domani sacrificate alle casette unifamiliari di periferia.

Certo, la prudenza trattiene gli entusiasmi, nel timore della delusione di rito, quando si constaterà che sono le solite belle parole, e ci troveremo a rammaricarci per l’ennesima occasione sciupata. Ma per intanto godiamoci questo segnale di una cultura nascente, questo linguaggio coraggioso e quindi giovane, quale che sia l’anagrafe di chi lo pronuncia.