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Pinerolo Indialogo

Luglio 2013

Dialogo tra generazioni

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  Politiche del territorio


Domenico Rosselli

Le nostre montagne da "vie di comunicazione" sono diventate "linee di confine"

Storia ed evoluzione di un modello vitale

di A.D.

Pinerolo Indialogo - Anno 4 - N.7 - Luglio 2013

  Le nostre montagne, meta d’inverno degli sportivi della neve, d’estate sono meta soprattutto dei villeggianti alla ricerca di frescura, di quiete e di pace in mezzo alla natura.

D’inverno il luogo più gettonato è Sestriere. In estate invece le mete sono soprattutto i paesini di mezza montagna - dove le seconde case sono molto numerose - con le loro feste paesane, le sagre popolari, le iniziative culturali, i campeggi, i rifugi, le camminate immersi nella natura, le escursioni in mountain bike...

Due realtà turistiche molto diverse. La prima è fatta di viaggi organizzati e di resort, con persone che arrivano soprattutto dall’estero, la seconda è legata principalmente alle seconde case, "che però in questo periodo di crisi economica non attirano più per via dell’alto costo di spese e di manutenzione" afferma Domenico Rosselli, Responsabile dell’Area di vigilanza del Parco Val Troncea.

A partire da questo cambiamento del turismo montano s’intreccia con Domenico un discorso acuto sulla montagna che abbraccia la sua storia. Riportiamo la riflessione di Rosselli.

«Per capire la realtà attuale della montagna bisogna ripercorrere un po’ di storia. L’idea che ha portato a intendere la montagna semplicemente come un’occasione di valorizzazione turistica parte da molto lontano, dalla borghesia romantica di fine ‘700 – inizio ‘800. Chi ruppe uno schema vecchio di secoli fu lo scienziato appassionato naturalista de Saussure nel 1768, quando offrì un premio a chi sarebbe salito per primo sul Monte Bianco, aprendo così la strada alle prime ascensioni. Da quel momento è iniziata una trasformazione che ci ha portato ad oggi: la montagna che prima era intesa come ambiente ostile da evitare acquista un fascino che il Romanticismo esalta moltissimo (si arriva a fare il Grand Tour delle Alpi, una delle grandi mete della borghesia europea)».

«Qui cominciano a mischiarsi le cose: le popolazioni alpine "subiscono" questa presenza che diventa via via sempre più costante. Il primo rapporto con le nuove presenze lo hanno le guide, gli assistenti: interi villaggi ad esempio vivevano sulle cacce reali dei Savoia, che volevano le strade lastricate. I viaggiatori inglesi cercavano le guide che li accompagnassero a scalare le cime, a scoprire l’ambiente alpino».

«Un altro aspetto importante che forse viene un po’ trascurato è il fatto che noi intendiamo la montagna come confine, come linea di separazione fra gli Stati, mentre questa è un’idea molto recente. Le montagne non sono mai state un confine, o meglio lo sono diventate dopo il trattato di Utrecht del 1713, di cui quest’anno ricorre il terzo centenario: lì è stata la prima volta in cui la linea di cresta displuviale è diventata il confine fra due Stati. Prima di allora le popolazioni che vivevano in queste vallate avevano dei legami estremamente forti, spesso anche di famigliarità, di parentela, con popolazioni che vivevano in vallate limitrofe. Si era sviluppata una cultura – pensiamo per esempio alla realtà degli escartons – che era molto ampia, diffusa, non chiusa in un contesto vallivo come oggi siamo abituati a pensare.

Le cose sono andate modificandosi non per un’evoluzione della cultura locale, ma a causa degli eventi politici europei. Le montagne da lì in poi sono diventate confine, un confine anche sofferto (basti pensare alla Prima guerra Mondiale, dove l’idea di confine è arrivata all’esasperazione totale del concetto di separatezza, di conquista e di perdita)».

«Per capire come si è evoluta l’idea e la percezione della montagna bisogna tener conto di tutte queste cose. Oggi noi la intendiamo quasi sempre come luogo di svago; ma la montagna è molte altre cose».

«Innanzi tutto le Alpi sono rimaste l’unica grande riserva di naturalità del Vecchio Continente, l’unica area d’Europa dove c’è ancora un ambiente naturale diffuso; tutte le altre zone sono state occupate dall’uomo, non c’è uno spazio in pianura che non sia antropizzato. Nelle Alpi questo non è successo, per lo meno non è successo in modo così incisivo, proprio perché il contesto ambientale era severo e non era possibile dominarlo. E la storia delle popolazioni alpine è stata influenzata da questi fattori, ma anche da molti altri».

«Così lo spopolamento della montagna non è un fatto di questi anni. Ogni storia di migrazione e di abbandono è una storia a sé. Per esempio una valle come la val Chisone ha avuto un’evoluzione particolare: un’emigrazione nella seconda metà dell’Ottocento – la gente migrava stagionalmente, fenomeno comune a tutte queste vallate. D’inverno quelli della val Pragelato andavano a fare i servi negli alberghi del Nizzardo o di Torino poi tornavano in valle, e succedeva che dopo un po’ di stagioni i più capaci cominciassero ad intraprendere un’impresa propria – magari un piccolo ristorante o un piccolo albergo. Questo è stato l’iniziale abbandono delle valli, che però ha visto anche dei ritorni importanti. Mi viene in mente la storia dell’albergo Albergian di Pragelato, gestito dai nonni dell’attuale proprietario Tillino: emigrati all’estero, poi rientrati, hanno aperto un grande albergo qua all’inizio del Novecento».

«Poi però in val Chisone succedono anche altre cose: è una delle prime valli in cui tra le due guerre arriva lo sci e s’inventa per esempio Sestriere. Arriva l’industria dello sci e cambia tutto, in un tempo relativamente breve. Poi arriva la Seconda guerra mondiale, che interessò molto queste valli. Con l’operazione Usignolo del 1944 i nazifascisti arrivano nell’alta valle, nel territorio dove adesso c’è il parco, incendiano Laval e Troncea, le borgate più importanti, per cui anche chi dopo la guerra voleva tornare si trovò con quattro travi annerite, ed era difficile ricominciare».

«Dopo la guerra succede un’altra cosa importante: arriva l’industria e la storia comincia a caratterizzarsi in modo diverso. Intanto erano aperte già da tempo le miniere della Talco Grafite, altro elemento particolare nella storia di queste valli, che non è comune a tutte le vallate alpine. Ecco che allora il montanaro contadino si trasforma in operaio, con un doppio lavoro: finisce il turno in fabbrica e va a mungere la vacca. Lo fa fin quando non finisce quella generazione; poi i figli vendono le vacche. E oggi che non fanno più gli operai forse recupereranno le vacche?».

«Questa evoluzione che c’è stata è stata diversa da zona a zona, ma ha portato comunque a un cambiamento radicale, a un movimento sociale che spesso è coinciso con l’abbandono fisico; altre volte è coinciso con una trasformazione molto rapida del rapporto col territorio. Con l’avvento dello sci, l’industria del turismo, le seconde case, nel giro di pochi anni a Pragelato tutti vendettero i propri terreni per costruirci sopra seconde case e quant’altro. Così i montanari che falciavano i prati si sono trasformati nei custodi di queste seconde case o in quelli che lavoravano stagionalmente nell’ impiantistica dello sci. Si è trattato di una trasformazione complessa, dalle mille sfaccettature. Oggi in un contesto come il nostro non c’è più nessuno che viva di terra e di quelle che erano le attività tradizionali di queste valli. In altri contesti è diverso. Per esempio andando qui vicino, nel Queyras, la situazione è completamente diversa».

«Cosa succederà adesso non lo so. Quello che noto – non ancora forse dalle nostre parti, perché ci sono ancora degli spazi per fare altro – è l’idea di tornare a fare il pastore, a fare l’agricoltore. Sono usciti alcuni libri ultimamente sul pastoralismo, sui giovani che hanno deciso nuovamente di dedicarsi a questo tipo di attività, piuttosto che far niente. Si tratta sicuramente di ricostruire una cultura, sotto questo punto di vista; che probabilmente porterà con sé anche altro, dopo la grande ubriacatura del benessere che è arrivato di colpo in queste valli, negli anni 60 – 70, dove la terra di colpo valeva moltissimo e rendeva venderla. Oggi questo si è sgonfiato molto.

Non vorrei che ci fosse l’equivoco della contrapposizione fra due modelli, quello di uno sviluppo turistico spinto, con la montagna vista come contesto ludico e basta, e l’altro che considera questi luoghi come un museo da conservare e non toccare. Non è mai stato così, la storia ha portato spesso a delle evoluzioni molto positive da questo punto di vista. I contesti culturali che si sono sviluppati sulle nostre Alpi, soprattutto in queste valli, grazie anche a tutta la storia della cultura protestante che le ha caratterizzate, hanno prodotto dei percorsi che non hanno avuto come unico sfondo la tribolazione e la miseria ma hanno anche dato luogo alla nascita di una cultura importante e soprattutto di alcune cose molto particolari».

«A me ha sempre colpito, per esempio, il fatto che Lidia Poet, la prima donna avvocato d’Italia, nasce – sia pure da una famiglia abbiente – in queste valli, mica a Milano. Beniamino Peyronel, uno dei più grandi botanici che abbiamo avuto la fortuna di avere, direttore dell’Orto botanico di Torino, una personalità che l’Europa ancora ci invidia, nasce in una sperduta borgata della val S. Martino. Non bisogna pensare a queste valli come a delle realtà chiuse: erano valli molto aperte, molto più aperte un tempo di quanto siano oggi. C’era un pluralismo diffuso, dovuto al fatto che le valli non erano delle linee di confine ma delle vie di comunicazione.

Oggi noi le pensiamo invece come linee di confine e basta. Coloro che andavano a fare la stagione in Francia e tornavano qua si portavano dietro nel tempo un bagaglio culturale che era interculturale e che trasmettevano. Capivano l’importanza di educare i figli: le scuole funzionavano sempre. A Torino trovavi gli analfabeti, qui tutti sapevano leggere e scrivere. Oggi purtroppo il problema è che potrebbero esserci delle condizioni di tipo economico-sociale che potrebbero portare a un ritorno in queste valli, ma il fatto che si siano tagliati completamente tutti i servizi rappresenta un ostacolo».