Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 




Pinerolo Indialogo

Ottobre 2014


Dialogo tra generazioni

Home Page :: Indietro

 Primo piano 



Docenti universitari pinerolesi / 18
Intervista ad Alessandra Algostino

«La democrazia è un percorso, è allo stesso tempo un essere e un dover essere»

 

di A D
Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.10 - Ottobre 2014

Per cominciare ci parli di sé e delle sue competenze in ambito universitario.
Insegno, dopo aver svolto il dottorato in diritto costituzionale all’Università di Ferrara, da ormai più di quindici anni, prima come ricercatrice, poi come professore associato, diritto costituzionale e diritto costituzionale comparato all’Università di Torino, prima nella Facoltà di Scienze Politiche ed oggi nei Dipartimenti di Cultura, Politica e Società e in quello di Giurisprudenza. Mi sono appassionata al diritto costituzionale in parte per la nostra Costituzione, che è bellissima (anche se oggi ferita dalla ultime modifiche, come l’introduzione del principio di pareggio di bilancio), con la sua centralità per la persona e i suoi bisogni, il suo progetto di emancipazione sociale, e poi perché il diritto costituzionale consente un approccio interdisciplinare, di occuparsi di diritto, di organizzazione politica, di economia, nelle duplice prospettiva di ciò che è e ciò che dovrebbe o potrebbe essere.

Abbiamo letto che si è laureata con Zagrebelsky con una tesi su "La pace e la guerra nella Costituzione italiana". Come si relazionano queste due opposizioni?
Avevo scelto il tema pace e guerra perché mi sono laureata negli anni successivi alla guerra del Golfo e mi interessava riflettere sul rapporto tra pace, diritti e democrazia e sull’ossimoro della guerra per esportare la democrazia o a fini umanitari, muovendo da una norma della nostra Costituzione, l’art. 11 che ripudia in maniera netta la guerra. Ricordo che il prof. Zagrebelsky mi chiese: "perché non "guerra e pace", ma "pace e guerra"? Certo il rimando letterario sarebbe stato facile, ma – oltre ad essere scontato – mi interessava porre in rilievo il primo termine, troppo spesso violato, nonostante le solenni proclamazioni.

Diversi suoi scritti di Diritto riguardano gli immigrati: qual è da questo punto di vista la situazione degli immigrati in Italia?
Si discorre normalmente di immigrati come questione di sicurezza; è ormai molto in voga l’equazione clandestino uguale delinquente, con una criminalizzazione della figura del migrante. Anche la nostra legislazione (in specie il T.U. sull’immigrazione n. 286 del 1998, come modificato dalla c.d. Bossi-Fini), pur articolata nel c.d. doppio binario – integrazione e repressione -, troppo spesso è nettamente sbilanciata sul controllo dell’immigrazione, con scarsa attenzione ai diritti che la Costituzione e patti internazionali riconoscono a tutti in quanto persone umane, a prescindere dalla cittadinanza, dando purtroppo conferma a quanto osservava Hannah Arendt: «la perdita dei diritti nazionali ha portato con sé in tutti i casi la perdita dei diritti umani...».

La democrazia rappresentativa così come è stata disegnata nelle costituzioni europee è un modello ancora valido o richiede qualche ritocco?
Possiamo iniziare con il dire che la democrazia è un percorso, è allo stesso tempo un essere e un dover essere, un ordinamento giuridico e politico esistente ed un ideale da raggiungere. È molto delicata la democrazia e esige una manutenzione costante, ovvero richiede una partecipazione permanente, una cittadinanza attiva. È difficile nelle società odierne, sempre più complesse e plurali, immaginare forme di democrazia che prescindano dalla rappresentanza, ma occorre ragionare su quale rappresentanza e ricordare che l’essenza della democrazia sta nella partecipazione effettiva di tutti (come ci ricorda la Costituzione, all’art. 1 e all’art. 3). Dunque, occorre invertire la tendenza attuale: da un sistema maggioritario passare ad una formula elettorale proporzionale che favorisca l’effetto "specchio della realtà", ovvero che tutti possano essere e sentirsi rappresentati, e dar vita a partiti che - diversamente da quelli attuali, ormai liquidi e liquefatti, appiattiti sulle istituzioni - sappiano veicolare ed organizzare in forma collettiva idee e bisogni dalla società alle istituzioni. Ma non basta: la democrazia non si esaurisce nel circuito istituzionale e, quindi, bisogna valorizzare il ruolo dei movimenti, delle associazioni, di quella democrazia dal basso che è la vera essenza della democrazia, ricordando che essa vive di e nel pluralismo e nel conflitto.

Ci dice qualcosa su Diritto e beni comuni, alla luce anche di alcune battaglie come quella dell’acqua?
Ormai si utilizza il sintagma "beni comuni" per ogni cosa e così esso rischia di perdere ogni significato, mentre invece è un discorso che può sovvertire il dato, oggi presentato come incontrovertibile, delle leggi di mercato, nel nome di un diritto e dei diritti per la persona.

La modernità è stata definita come "l’età dei diritti". Sembra che in questi ultimi tempi si stiano un po’ perdendo. Qual è la situazione?
Il XXI secolo è agli albori, ma per ora non solo non si vede proseguire il cammino dei diritti del Novecento, ma si assiste ad una loro regressione, che tocca tutte le sfere. Due esempi. Per i diritti di libertà pensiamo alla libertà personale, tutelata sin dalla Magna Charta Libertatum del 1215: l’emergenza, sub specie terrorismo, ha legittimato l’adozione di discipline che la limitano fortemente (in genere prima sperimentate sugli stranieri e poi estese ai cittadini), con la dilatazione dei tempi della detenzione amministrativa e dei fermi di polizia (emergenza, poi, fra l’altro, contro la sua natura, "normalizzata"). Per i diritti sociali, pensiamo al lavoro, che da diritto – complice l’emergenza "crisi economica" - è stato trasformato in merce, con la dissoluzione dei diritti dei lavoratori nella contrattazione aziendale, che rende servile la condizione del lavoratore nella singola impresa-feudo.

Veniamo ora alla nostra realtà del Pinerolese dove lei ha vissuto tanti anni (ora vive a Torino). Come vede la nostra Pinerolo?
Come ha detto lei, sono ormai molti anni che non vivo nella realtà di Pinerolo, ma mi sembra che vi sia un buon fermento di idee, iniziative ed incontri, come dimostra anche la realtà del vostro giornale.

Sappiamo che lei ha frequentato il Liceo Porporato. Che cosa ricorda di quegli anni?
Ho ricevuto una buona formazione al Liceo Porporato, che mi ha indubbiamente aiutato ad affrontare gli studi successivi. All’epoca ho però un po’ patito una certa difficoltà nel seguire e condividere interessi, diciamo, in senso lato politico-sociali, in parte per questioni logistiche, perché pendolare da un paese del circondario, e in parte per l’ambiente un po’ chiuso.

Come docente incontra sicuramente degli allievi provenienti dalle scuole pinerolesi. Com’è la preparazione di chi frequenta le scuole del territorio?
Non lo so, in genere non conosco il percorso scolastico dei miei studenti.