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Pinerolo Indialogo

Ottobre 2014


Dialogo tra generazioni
 
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 Parlar di storia

Cenni di storia pinerolese 
Per vie e per piazze


Piazza Facta, dove nacque lo statista pinerolese che non fermò la marcia su Roma 

di Nadia Fenoglio

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.10 - Ottobre

 A chi non è capitato di passeggiare in Piazza Facta, magari stringendo tra le mani un buon gelato, e imboccare così i vicoli del centro storico? Un crocevia tra il borgo medievale e la città moderna, Piazza Facta è oggi sede di allestimenti temporanei e varie attività, di cartelli informativi sulle manifestazioni cittadine.

Ma nella casa sopra i portici che la fiancheggiano «nacque visse morì S. E. l’Avv. LUIGI FACTA […] presidente del consiglio dei ministri». Questo recita la targa affissa sull’abitazione a ricordo dello statista pinerolese che qui nacque nel 1861: fu poi capo del governo dal febbraio all’ottobre 1922, momento in cui il re Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo esecutivo.

È il 28 ottobre 1922, infatti, quando le squadre d’azione fasciste marciano su Roma: il re aveva rifiutato la mattina stessa di firmare lo stato d’assedio richiesto dal primo ministro Facta, aprendo di fatto alle camicie nere la strada per Roma.

Uomo politico mediocre, strascico della vecchia e corrotta politica giolittiana, questa l’immagine che la storia ha tramandato di Luigi Facta. E, nelle riflessioni del re, meglio risultò sostituirlo - date le drammatiche circostanze - con un promettente uomo d’azione, promotore di una politica energica, decisa e in grado di restaurare l’ordine.

Dalle idee liberali «per convinzione e per temperamento», come scrive nelle sue memorie pubblicate da A. Repaci in La Marcia su Roma, l’esperienza politica di Facta si sviluppò interamente all’ombra di Giolitti: ministro di vari dicasteri nei governi dell’inizio del XX secolo, Facta raggiunse il culmine della sua vicenda politica nel febbraio 1922, quando formò il suo primo governo. Ma l’inadeguatezza fu presto il segno del suo operato. In particolare, è allo stringente problema dell’ordine pubblico che il governo Facta non seppe porre rimedio. In quei mesi il fascismo si rese protagonista di operazioni al di fuori della legalità sempre più preoccupanti, come l’occupazione in armi di Bologna, Ferrara e Cremona. Tali azioni pesarono molto sulla sfiducia che, nel mese di luglio, fu mossa al governo Facta. Tuttavia, dopo che altri esponenti politici non riuscirono a formare un nuovo esecutivo, il re conferì nuovamente il mandato a Facta.

Ma è un sessantenne ormai stanco il Facta che assume - a malincuore - l’incarico di governo. «La nostra fine è imminente» scrive in una lettera alla moglie «Per me è una tale liberazione da non potersi immaginare.[...] Ho il pensiero di tornarmene alla mia vita privata: ne sono così ardentemente desideroso».

Tornato al governo, si rifiutò quindi di seguire la linea dura col fascismo, preferendo quella diplomatica: furono condotte trattative tra il governo e il partito fascista per ristabilire l’ordine pubblico e, come contropartita, integrare fascisti al governo.

Ma l’accordo saltò. Mussolini azzardò allora la Marcia su Roma e, con l’avallo del re, fu lui a prendere il potere di governo. Uscì quindi di scena il dimissionario Luigi Facta che, adottando poi una posizione conciliante col governo Mussolini, - fu infatti nominato senatore - si ritirò finalmente a vita privata a Pinerolo, dove morì nel 1930.