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Pinerolo Indialogo

Novembre 2014


Dialogo tra generazioni

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 Primo piano 



Docenti universitari pinerolesi / 19
Intervista a Paolo Cozzo

«Per rilanciare un territorio ricco di potenzialità bisogna andare oltre la memoria»

 

di A D
Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.11 - Novembre 2014

Ci racconti di sè, del suo lavoro e delle sue competenze in ambito universitario.
Quando, nel 1991, dopo la maturità classica mi iscrissi alla Facoltà di Scienze Politiche, più di una persona mi disse che stavo sprecando il mio tempo. Quella facoltà, poco specializzante, non godeva di buona fama e a molti sembrava una sorta di ripiego. A me invece piaceva l’idea di un percorso universitario aperto, non troppo settoriale. Così, dopo il primo anno, assecondando la mia passione per la storia, scelsi l’indirizzo storico-politico. Nel dicembre 1995 mi laureai e, pochi mesi dopo, vinsi una borsa della Facoltà per neolaureati. Da quell’esperienza ne vennero altre, per me sempre più importanti: una borsa al CNR, un’altra all’Istituto storico italo-germanico di Trento, poi il dottorato, l’assegno di ricerca e infine, nel 2007, il posto da ricercatore in Storia del Cristianesimo e delle Chiese, disciplina che attualmente insegno nel Corso di Laurea in Scienze Politiche e Sociali. Insieme alla docenza proseguo naturalmente l’attività di ricerca: data la mia formazione, mi interessa indagare soprattutto il rapporto fra religione e politica, chiese e società, fede e cultura in età moderna e contemporanea.

Lei ha pubblicato di recente il libro "Andate in pace". Ce lo riassume?
È un libro di sintesi che cerca di ricostruire la figura del parroco nella storia italiana dal Cinquecento ad oggi. Avendo a disposizione meno di 250 pagine ho dovuto privilegiare alcuni temi: fra questi, quello che mi sembrava più adatto a descrivere il parroco era il suo ruolo sociale, il suo essere (o meglio, divenire) nel corso dei secoli punto di riferimento delle comunità locali. Poche figure come quella del parroco hanno saputo imporsi come guide di coscienze umane e di corpi sociali, protagoniste nella vita spirituale e in quella pubblica del paese. Il parroco è l’esempio forse più concreto di un clero che, sia pur con molte difficoltà e fra mille contraddizioni, ha cercato di adattarsi alle trasformazioni imposte dalla storia, di interagire con un popolo, di entrare in simbiosi con esso, di essere insomma - per usare parole di papa Francesco - pastore «con l’odore delle pecore»

Come storico del cristianesimo si è occupato solo del mondo cattolico o si è spinto in studi anche del mondo protestante, specie di quello valdese?
Vivere nel Pinerolese consente di entrare in contatto diretto con la realtà valdese: ciò ha rappresentato per me un importante stimolo, non solo culturale ma anche scientifico. Ho dedicato diversi studi al tema del confronto fra cultura cattolica e cultura valdese, specialmente in età moderna e contemporanea: dall’uso "antiereticale" di alcuni culti alla polemica antiprotestante sui giornali dell’Ottocento, dalla laicizzazione degli spazi pubblici all’apertura del tempio valdese di Torino nel 1853.

Lei nel Pinerolese più che come docente universitario è conosciuto come sindaco di SanSecondo. Ci racconta di questa esperienza?
Sono stato sindaco per 10 anni (dal 2004 allo scorso mese di maggio), e prima (dal 1995 al 2004) assessore: in tutto 19 anni. È stata un’esperienza bella e faticosa, densa di responsabilità e di soddisfazioni, che ha coinciso con le fasi più importanti (sia su piano personale che professionale) della mia vita. Non vorrei cadere nella retorica, ma credo che oggi quella del sindaco (specie di un piccolo paese, dove il valore delle relazioni umane è più forte dell’appartenenza politica) sia la figura che meglio rappresenta l’impegno pubblico, la coesione sociale, il rapporto fra le istituzioni e la comunità. In questo senso, fra il sindaco e il parroco vi sono molte analogie… E del resto, c’è una frase di un grande intellettuale del Novecento (don Pirmo Mazzolari) che, pure essendo stata scritta pensando ai parroci, funziona benissimo anche per i sindaci di piccole realtà come le nostre: «la giornata di chi serve un’idea senza legarvi un proprio tornaconto non finisce mai».

Come amministratore quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate?
Quelle che tutti i sindaci lamentano: scarsità di risorse ed eccesso di burocrazia.

San Secondo vuol dire anche Fondazione Cosso. Cosa significa questa presenza per il territorio?
Significa molto, e non solo per San Secondo. Ricordo quando, all’inizio del mio mandato, il castello versava in pessime condizioni e sembrava non avere futuro. Poi, quasi provvidenzialmente, è arrivata la Fondazione Cosso con un progetto culturale serio e ambizioso, espressione di un mecenatismo ormai rarissimo. Il mio impegno, allora, fu quello di trovare un riferimento istituzionale adeguato: lo trovai nella Provincia di Torino, che si mostrò entusiasta nell’accompagnare quell’esperienza nascente. Oggi la Fondazione è una straordinaria opportunità per l’intero pinerolese, una preziosa risorsa del nostro territorio.

Ci dà un giudizio sull’attuale situazione del Pinerolese? Può ancora trovare alcune sue specificità o è destinato a un ulteriore degrado lento e inesorabile?
Forse la crisi del Pinerolese parte da molto lontano, addirittura dal 1859 quando, perdendo la provincia (accorpata a quella di Torino) si trovò sprovvista di una forte struttura istituzionale. Eppure il secondo Ottocento e il primo Novecento hanno rappresentato, complessivamente, epoche di prosperità economica, di fermento culturale, persino di orgoglio identitario: in fondo è in quegli anni che si è formata una certa immagine della città (la città della cavalleria, del Galup, del Proton, dei "Pesi e Misure" ecc.) che ci portiamo ancora dietro e di cui ancora oggi coltiviamo la memoria. Il problema è che la memoria, da sola, non basta per rilanciare un territorio ricco di potenzialità ma impoverito sul piano produttivo, manifatturiero, imprenditoriale. E di questa situazione non penso si possa ritenere responsabile solo la politica, come spesso si sente dire.

Veniamo anche all’ingombrante vicino, Pinerolo: qual è il rapporto tra i due Comuni?
Oggi, come cittadino sansecondese, non ho molte osservazioni da fare; ieri, come sindaco, oltre a confermare rapporti di buon vicinato, avrei espresso il mio auspicio che Pinerolo diventi realmente capofila di un territorio non troppo omogeneo, che scelte a mio avviso poco oculate (ad esempio, la rottura dell’unità territoriale rappresentata dalla Comunità Montana) non hanno fatto che indebolire. In questa prospettiva, è chiaro che il banco di prova sarà la rappresentanza nel Consiglio della città metropolitana.

La città metropolitana. Lei vive a cavallo tra la città e la provincia. Vede all’orizzonte una facile collaborazione oppure si è ancora troppo chiusi nel proprio provincialismo?
Premetto che la riforma che ha portato allo svuotamento delle Province e, nel caso nostro, alla costituzione della Città metropolitana non mi ha convinto, anzi, mi è sembrata un’operazione dettata più dalla demagogia che dalla razionalità amministrativa. Detto questo, la collaborazione ci dovrà per forza essere; il problema sta nel capire come si tradurrà questo sforzo. Credo che per prima cosa andrebbe posta la questione delle infrastrutture, e in particolare il raddoppio della ferrovia. Ridurre i tempi di percorrenza significa avvicinare fisicamente Pinerolo a Torino: e questa è la premessa indispensabile – mi piace concludere con un po’ di ironia - per far uscire Torino dal suo provincialismo.