Pinerolo Indialogo

MAGAZINE DI CULTURA E DI INFORMAZIONE LOCALE

 



Home page
Redazione
Contatti
Archivio
Album fotografico
Testate giornalistiche
Links utili
 
   

 


 



Pinerolo Indialogo

Novembre 2014


Dialogo tra generazioni
 
Home Page :: Indietro

 Lettere al giornale 

 


Pinerolo città della convivenza

 

di Elvio Fassone

 

Pinerolo Indialogo - Anno 5 - N.11 - Novembre 2014

 
Le decapitazioni sanguinose, il terrorista della porta accanto, l’assedio infinito di Kobane, la minaccia di portare la guerra in ogni angolo del mondo: si avverte la necessità di fare qualcosa per fermare quella che è stata definita la terza guerra mondiale combattuta a pezzi sparsi; qualcosa che non siano i soliti bombardamenti e altri morti.

Ma che cosa? Per quelle associazioni di pensieri, che sono strambe ma talora fruttuose, l’idea incrocia la nostra città. Pinerolo, come è noto, è diventata proprietaria degli edifici già militari noti come caserma Bochard, ed è iniziato il carosello sulla funzione da assegnare agli immobili. Ferve la discussione se convenga destinare due lati del quadrilatero a edilizia residenziale, passaggio ritenuto inevitabile per ottenere le risorse necessarie a ristrutturare gli altri due. Il sacrificio è forse pesante ma è necessario, sostengono gli uni; è forse necessario ma sicuramente orrendo, replicano gli altri.

Allora perché non capovolgere il dilemma? Se occorre cedere 2 pezzi della scacchiera su 4, e fare ben poca cosa con i 2 che residuano, perché non trattenere tutti e 4 i pezzi e impiegarli per un progetto di ampio respiro, cercando altrove i quattrini?

Facile l’obiezione: i quattrini dove li prendiamo, se non si monetizza una parte del suolo? Anche la replica non è peregrina: ci sono fondi che servono proprio a questo, a sostenere dei progetti che abbiano nerbo e sostanza. Ci sono fior di professionisti che sanno come si fa e dove si trovano le risorse, l’Europa, i dicasteri interessati, le fondazioni e il resto.

Ma già si affaccia la seconda obiezione: questa è la tipica fuga in avanti, il rinvio alla pianta degli zecchini d’oro, da scuotere con le belle parole. Può darsi. Ma può essere anche il contrario. Si potrebbe pensare, ad esempio, che il declamato "polo culturale" continui bensì ad assemblare i vari pezzi sparsi della città, che è cosa senz’altro utile, ma diventi anche il "luogo" di un’iniziativa che non c’è da altre parti, il focus di un progetto inter-culturale nello spirito di cui si è detto in premessa: questo sì, potrebbe essere il perno capace di smuovere i guardiani dei quattrini necessari.

Proviamo a pensare a un dialogo permanente tra le religioni e le culture diverse oggi presenti in Italia: una sorta di Firenze-La Pira più modesta ma non meno dinamica, giusto per non vedere da una parte solo i taglia-gole e dall’altra solo i respingimenti. Pensiamo ad una compresenza stabile delle diverse culture, giusto per dare un aiuto a quell’Islam moderato che è l’unica risorsa vera contro i fanatismi e i terrorismi casalinghi; giusto per utilizzare l’esperienza che abbiamo in casa, di un ecumenismo collaudato, di un confronto fra culture che non pretendono di scannarsi, ma di arricchirsi l’una con l’altra.

E poi, sullo slancio, proviamo a pensare di raccogliere documenti di buone pratiche di convivenza in tutta Italia; a organizzare incontri periodici di reciproca informazione e conoscenza; a stilare una Carta dei diritti e dei doveri reciproci: come l’impegnarsi a pagare le giuste mercedi ai lavoratori immigrati, e a rovescio diffondere la cultura della legalità, della parità tra uomo e donna, della tolleranza e della laicità delle istituzioni.

E poi, magari, nel quadrilatero mettere anche i corsi di alfabetizzazione primaria per gli immigrati (e per le donne immigrate, soprattutto) che non conoscono la lingua, e ancor meno i fondamentali delle istituzioni. E raccontarsi reciprocamente la propria letteratura, la propria arte, la propria musica, la propria storia.

Lo so che si fa già, qua e là, dove uomini e donne di buona volontà si sforzano di abbattere steccati. Qui da noi si tratterebbe di farlo in modo stabile, istituzionale, con quell’intreccio di pubblico e privato che quando funziona è autentica vitamina sociale, e quella promozione che può fare della nostra città una piccola capitale.

Pinerolo città del cavallo è una buona cosa. Città della convivenza può essere persino meglio.